IL DIAVOLO E PUTIN


Frederic Legrand - COMEO / Shutterstock.com

Frederic Legrand – COMEO / Shutterstock.com                                                                                                                                                                                                                                                          di  Boyd D. Cathey                (Original Article in English) (Traduzione italiana di padre Ambrogio)

Chiunque abbia seguito la crisi in corso in Europa orientale e in Ucraina conosce l’opinione molto ostile che i media e la classe politica di Washington hanno del presidente russo Vladimir Putin e della sua politica. Nelle sale del Congresso e nella stampa mainstream – quasi ogni sera su Fox News – si fanno gravi accuse contro il presidente della Russia e le sue ultime oltraggiose novità. Sanzioni e misure bellicose sono emanate in modo schiacciante dalla Camera e dal Senato, con una magra opposizione e quasi nessuna discussione seria.

I media americani maggioritari e i leader politici americani sembrano intenzionati a presentare unicamente un’immagine molto negativa e unilaterale del leader russo.

Si ripetono continuamente e ripetutamente diverse accuse.

In che modo queste accuse reggono a un esame serio? Qual è la loro origine? E cosa dicono dell’ambiente politico e culturale attuale in America e in Occidente?

Le accuse contro Putin si possono riassumere in cinque punti principali:

1. Putin è un delinquente del KGB ed è circondato da delinquenti del KGB;

2. Sotto Putin la Chiesa ortodossa russa continua ad essere controllata da tipi del KGB;

3. Putin vuole ricomporre la vecchia Unione Sovietica, e crede che la disgregazione dell’URSS sia stata la più grande tragedia del XX secolo;

4. Putin è corrotto e ha accumulato miliardi di rubli scremando personalmente i vertici della debole economia russa;

5. Putin è un autoritario antidemocratico che perseguita in particolare gli omosessuali.

Le accuse contro Putin vanno dal falso al disonesto. Le accuse del “delinquente del KGB” e del disfacimento sovietico sono state affrontate in una varietà di libri ben documentati e articoli approfonditi. La documentazione contraddice queste accuse, tra cui alcune accuse che sono state lanciate da voci di solito conservatrici. È estremamente curioso che pubblicazioni apparentemente conservatrici come The New American, per esempio, si trovino a ripetere a pappagallo le accuse formulate prima da noti pubblicisti di sinistra e, quindi, da parte dei sostenitori internazionali per i diritti dei gay.

Al contrario, diversi storici e ricercatori, tra cui il professor Allen C. Lynch (nel suo eccellente studio, Vladimir Putin e and Russian Statecraft, 2011), il professor Michael Stuermer (nel suo volume, Putin and the Rise of Russia, 2008), M. S. King (in The War Against Putin, 2014), l’ambasciatore di Reagan in URSS Jack Matlock, l’assistente Segretario del Tesoro sotto Reagan, Paul Craig Roberts, l’ex membro del Congresso Ron Paul (il cui sito web,www.ronpaulinstitute.org, contiene numerosi articoli scientifici in difesa di Putin), il direttore del bilancio di Reagan David Stockman, e lo scrittore conservatore William Lind – nessuno di questi uomini si può dire di sinistra – hanno fatto notare che tali affermazioni sono state estrapolate dal contesto e sono in gran parte insostenibili. Inoltre, numerosi autori religiosi conservatori hanno studiato e difeso Putin, inclusi giornalisti cattolici come Michael Matt in The Remnant, il dr. E. Michael Jones in Culture Wars, il dottor Joseph Pearce in The St. Austin Review, e Gary Potter, e scrittori le organizzazioni protestanti conservatrici come la Gospel Defense League. Tuttavia, le accuse mosse contro Putin sono presentate come fatti da molte “teste parlanti” dei neoconservatori  su Fox (per esempio, Charles Krauthammer) e nei talk radio (per esempio, Rush Limbaugh, Glenn Beck), così come i media dell’establishment di sinistra. La disinformazione è chiaramente al lavoro qui, anche tra alcune delle voci più forti della destra americana.

Il professor Lynch rivela nel suo studio dettagliato che le prove per l’accusa “Putin delinquente del KGB ” sono molto sottili e prive di fondamento sostanziale. In primo luogo, Putin non è mai stato “capo del KGB”, come alcuni scrittori erroneamente (e, spesso, maliziosamente) fanno credere. Questa è semplicemente una falsità. Piuttosto, ha servito come burocrate di medio livello dei servizi e sedeva a una scrivania a Dresda, in Germania orientale, dove è stato di stanza con la sua famiglia per diversi anni prima di tornare a Leningrado. Il suo compito era quello di analizzare i dati, e non aveva alcun coinvolgimento in altre attività. [Lynch, pp. 19-21] i rapporti dei servizi americani contemporanei confermano questo fatto. In effetti, questo era stato uno dei motivi per cui nella fase iniziale, nel 1990 e nel 1991, Putin era stato considerato una figura di speranza tra la generazione di russi più giovani dalle fonti di intelligence americane.

Dopo la caduta del comunismo durante l’amministrazione di Boris Eltsin, ha servito molto brevemente su richiesta di Eltsin come capo del servizio di intelligence, l’FSB. Ma l’FSB non è il KGB.

Lynch tratta in dettaglio la questione della presunta continua sottomissione di Putin all’ideologia del KGB, con particolare riferimento agli eventi che circondano il colpo di stato comunista abortito orchestrato dai capi del KGB nell’agosto 1991. Putin, in quel momento, aveva dato le dimissioni dal KGB e prestava servizio come vice del sindaco pro-americano di Leningrado, Anatolij Sobchak, uno dei più feroci critici del KGB e del vecchio sistema sovietico. Fu Putin a organizzare la milizia locale Leningrado per opporsi al tentato golpe del KGB e per proteggere il sindaco Sobchak e le forze di riforma democratica:

Putin giocò un ruolo fondamentale nel salvare Leningrado per i democratici. Il colpo di stato, che durò solo tre giorni, fu effettuato il 19 agosto. Lo stesso giorno il sindaco Sobchak arrivò su un volo da Mosca. Il KGB di Leningrado, che sosteneva il colpo di stato, prevedeva per arrestare Sobchak immediatamente dopo l’atterraggio. Putin fu avvisato del piano e prese azioni decisive e preventive: Organizzò una manciata di truppe fedeli e incontrò Sobchak all’aeroporto, guidando un’auto fino alla rampa di uscita dell’aereo. Il KGB arretrò, non volendo rischiare un confronto aperto con l’entourage armato di Sobchak [guidato da Putin]. “[Lynch, p. 34]

Questo significativo fallimento nella seconda città della Russia condannò il tentato colpo di stato del KGB e assicurò il collasso finale del sistema sovietico e l’eventuale passaggio della Russia al di fuori dal comunismo. Fu Vladimir Putin, quindi, a essere in gran parte responsabile dellasconfitta e della prevenzione del ritorno del comunismo in Russia. È molto difficile capire come un sostenitore segreto del KGB avrebbe intrapreso tale azione, se fosse davvero stato a favore del ritorno del comunismo.

Come racconta il professor Lynch:

Putin ha accettato l’irreversibilità del crollo dell’Unione Sovietica ed è venuto a patti con il mercato e la proprietà privata come fondamenta proprie dell’economia russa. [Lynch, p.28]

È vero che Putin ha lamentato la rottura della vecchia Unione Sovietica, ma non perché si rammaricasse della scomparsa dei soviet, ma, piuttosto, a causa delle numerose e intime connessioni economiche, linguistiche, sociali, e culturali che correlavano la maggior parte delle quindici repubbliche della vecchia Unione Sovietica. I suoi commenti sul tema sono stati molto chiari, ma sono stati selettivamente messi fuori contesto dai nemici di Putin. [Vedi il libro-intervista con Putin, con i commenti di altri leader russi, First Person: An Astonishing Frank Self-Portrait by Russia’s President Vladimir Putin, New York, 2000, pp 165-190]

Proprio come la disgregazione dell’impero austro-ungarico dopo la prima guerra mondiale, che lasciò significative minoranze etniche tagliate fuori dalle loro storiche ex-patrie – per esempio, milioni di austro-tedeschi nei Sudeti in Cecoslovacchia, i transilvani ungheresi in Romania, e così via – e un certo numero di stati economicamente non vitali nei Balcani, la dissoluzione dell’Unione Sovietica ha creato la stessa situazione in Europa orientale. L’attuale crisi non risolvibile in Ucraina è un chiaro esempio di ciò che può accadere ed è accaduto di conseguenza. Fu questa situazione che Putin giustamente lamentava; fu questo disfacimento che correttamente prevedeva come una tragedia.

La tanto criticata – dalla stampa americana – secessione della Crimea dall’Ucraina e la sua successiva ri-unione con la Russia illustra chiaramente questo fatto. Ciò che troppi cosiddetti “esperti” in America non riescono a capire (o, se lo capiscono, lo omettono abilmente nelle loro relazioni) è che la Crimea era stata parte integrante della Russia per centinaia di anni, fino a che il comunista Nikita Khrushchev la tagliò dalla Russia e la diede all’Ucraina nel 1954, nonostante il fatto che il 60% della sua popolazione è etnicamente russa e la sua cultura e lingua è completamente russa. [Vedi l’articolo di Wikipedia, “Crimea”]

Inoltre, le “oblast” o regioni ucraine di Lugansk e Donetsk hanno una simile storia e composizione etno-culturale. Sono state arbitrariamente aggiunte alla repubblica socialista ucraina negli anni ’20 dopo la rivoluzione comunista, pur essendo storicamente parte della Madre Russia da secoli.

È interessante notare che, allo stesso tempo in cui Putin ha fatto il commento sulla “dissoluzione” della Russia sovietica, ha visitato la Polonia per denunciare e condannare il massacro e i crimini comunisti nella foresta di Katyn, all’inizio della seconda guerra mondiale, così come gli orribili gulag sovietici. In più di un’occasione, in particolare in occasione delle riunioni del Forum internazionale del forum di Valdai nel 2013 e il 2014, ha duramente condannato con la massima fermezza il comunismo e i crimini atroci commessi dai comunisti. Così facendo, ha fatto ampio riferimento all’eredità cristiana della Russia (criticando anche il matrimonio omosessuale, l’aborto e l’omosessualità come cose “in contrasto con i valori più sacri della nostra tradizione”).

I commenti di Putin al forum di Valdai del settembre 2013, di fronte a rappresentanti di gran parte dei paesi europei, meritano un’ampia citazione. Ecco alcune delle cose che ha detto:

Un’altra grave sfida all’identità della Russia è legata agli eventi che hanno luogo nel mondo. Questo riguarda la politica estera e i valori morali. Possiamo notare come molti paesi euro-atlantici stanno negando le loro radici tra cui i valori cristiani che sono alla base della civiltà occidentale. Stanno negando i principi morali e tutte le identità tradizionali: nazionale, culturale, religiosa e perfino sessuale. Mettono in vigore politiche che pongono allo stesso livello le famiglie numerose e le unioni omosessuali, la fede in Dio e la fede in Satana. Questo eccesso di politicamente corretto è giunto al punto in cui alcuni stanno seriamente parlando di legittimare partiti politici il cui obiettivo è promuovere la pedofilia. In molti Paesi europei, la gente non ha il coraggio di parlare della propria religione. Le feste sono abolite o chiamate diversamente; la loro essenza è nascosta, proprio come il loro fondamento morale. E c’è gente che cerca, aggressivamente, di esportare questo modello in tutto il mondo. Sono convinto che questo apre una via diretta alla degradazione e al primitivismo che porteranno ad una profonda crisi demografica e morale. Che cosa testimonia meglio di questa crisi morale se non la perdita della capacità di riprodursi? Oggi, quasi nessuna nazione sviluppata è in grado di riprodursi, anche con l’aiuto di flussi migratori illegali. Senza i valori presenti nel cristianesimo, senza gli standard morali che si sono formati per millenni, le popolazioni perderanno inevitabilmente la loro dignità umana. Consideriamo naturale e giusto difendere questi valori. Dobbiamo rispettare il diritto di ogni minoranza di essere differente, però, i diritti della maggioranza non devono essere rimessi in questione.

E Putin ha ottenuto il solido sostegno e l’approvazione del più incallito e più intransigente anticomunista, Aleksandr Solzhenitsyn. Prima della sua morte nel 2008, Solzhenitsyn ha elogiato Putin e ha dichiarato che riteneva autentica l’accettazione personale di Putin della fede cristiana. L’ambasciatore americano William Burns ha visitato Solzhenitsyn poco prima della sua morte (aprile 2008) e ha citato la sua affermazione che sotto Putin, la nazione stava riscoprendo cosa significava essere russi e cristiani. [Vedi articolo in guardian.co.uk, giovedì 2 dicembre 2010] Il grande anti-comunista russo ha anche concesso una lunga intervista 2007 alla rivista tedescaDer Spiegel, dicendo la stessa cosa. Così, quindi, se i nemici di Putin sono corretti, Putin avrebbe ingannato il grande Solzhenitsyn, che è stato di gran lunga il maggiore e più intransigente anticomunista del XX secolo? Non è probabile.

Circa l’accusa di corruzione personale Lynch offre notevoli dettagli e discute come si sono diffusi, in pratica per opera degli oppositori liberali di Putin. A coloro che suggeriscono che Putin abbia fatto una fortuna con le sue scelte politiche, Lynch (e altri) offrono la documentazione sostanziale del contrario:

Putin non è un corrotto, almeno non nel convenzionale senso venale. Il suo abbigliamento modesto e francamente fuori moda rivela un’apparente indifferenza al lusso personale. Da vice-sindaco, aveva acquistato l’uso della dacia estiva dell’ex consolato tedesco-orientale e vi aveva anche installato una unità sauna lì, ma quando la casa bruciò nell’estate del 1996, i suo risparmi di una vita, 5.000 dollari, bruciarono con essa. Aver accumulato solo 5.000 dollari in cinque anni come vice-sindaco della seconda città più grande e del più grande porto della Russia, quando centinaia di russi meno ben posizionati si stavano arricchendo con bottini del governo, implica qualcosa di diverso da motivi pecuniari dietro le attività di Putin (…). Insomma, Putin è onesto, sicuramente lo è per gli standard russi. Ha vissuto in modo semplice e ha lavorato diligentemente. Accusato da un nemico… di aver acquistato una villa da un milione di dollari in Francia, Putin lo ha citato in giudizio per diffamazione e ha vinto la causa in tribunale un anno più tardi. [Lynch, pp. 33, 35]

Alcune delle ostilità verso Putin sono emerse quando è diventato presidente ad interim della Federazione russa dopo che Boris Eltsin si è dimesso nel dicembre 1999. Putin si era affermato come leader politico leale e schietto per il suo servizio di vice-sindaco sotto il pro-democratico sindaco Sobchak. Aveva anche servito fedelmente Eltsin.

Ma Putin non era Eltsin. Pur seguendo inizialmente la guida filo-americana e filo-occidentale di Eltsin in politica estera, Putin era anche consapevole che la Russia stava subendo una transizione radicale da stato comunista decrepito e al collasso, verso il recupero di alcune delle sue antiche tradizioni, incluso un crescente, vibrante ritorno all’Ortodossia russa tradizionale, una fede che ha abbracciato pubblicamente e personalmente. [Si vedano i vari rapporti che lo confermano, tra cui Charles Glover, “Putin and the Monk”, Financial Times Magazine, 25 gennaio 2013, e questo video clip]. Ai tempi del regime comunista oppressivo, la Chiesa ortodossa russa, almeno la leadership ufficiale, era sottomessa al marxismo, con molti dei suoi leader che, se non servivano come agenti, almeno orecchiavano idee comuniste. L’ex patriarca della Chiesa ortodossa russa, Aleksej (morto nel 2008), era stato criticato come collaboratore del regime comunista. Tuttavia, la cosiddetta “prova dell’intelligence” che è improvvisamente “apparsa” in Estonia e ha affermato che era un agente segreto del KGB è stata messa molto seriamente in dubbio (vedi l’articolo di Wikipedia “il Patriarca Alessio”). A quanto pare, i “documenti” sono molto probabilmente fabbricati e non genuini. Infatti, come riferisce l’Encyclopedia Britannica nella sua biografia, Aleksej è stato “il primo patriarca della storia sovietica scelto senza pressioni del governo: i candidati sono stati nominati dalla base, e l’elezione è stata condotta a scrutinio segreto”. Non solo, ma dopo la caduta del comunismo, Aleksej ha denunciato pubblicamente i crimini comunisti e ha chiesto la libertà del cristianesimo in Russia. Il dibattito è diventato fino a un certo punto irrilevante alòla morte di Aleksej nel 2008; lo ha sostituito a capo della Chiesa russa il metropolita Kirill, conosciuto per la sua ferma opposizione al marxismo e per la sua difesa del cristianesimo storico e della morale tradizionale.

Come uno studioso della religione russa, il professor John Garrard, dimostra esaurientemente nel suo eccellente studio, Russian Orthodoxy Resurgent (2008), dal 1991 in poi la Chiesa ortodossa russa ha iniziato una necessaria purificazione, con i più anziani collaboratori e agenti comunisti gradualmente dimissionari o rimossi. Oggi la Chiesa ortodossa russa è, di gran lunga, il corpo religioso più conservatore, tradizionale e anti-comunista del mondo. Si è spinta fino a canonizzare una moltitudine di martiri uccisi dai comunisti e celebrare lo tsar e la famiglia dei Romanov, brutalmente assassinati dai rossi nel 1918. È significativo che a partire dal 1991 oltre 26.000 nuove chiese cristiane sono state aperte in Russia, e il fatto che il cristianesimo sta rinascendo in Russia non è passato inosservato tra alcuni scrittori cristiani in America e in Europa, anche se è generalmente ignorato dalla stampa laica. [Ci sono numerosi articoli e rapporti che stendono una cronaca di quest’incredibile rinascita, per esempio, Russia has experienced a spiritual resurrection, in Catholic Herald 22 ottobre 2014; vedi anche “Faith Rising in the East, Setting in the West”, 29 gennaio 2014, Break Point Commentaries. Tale fenomeno non è un complotto comunista, ma rappresenta un vero e proprio desiderio da parte del popolo russo di riscoprire le proprie radici religiose, ironicamente proprio nello stesso tempo in cui la maggioranza degli americani sembra ora sostenere il matrimonio omosessuale, l’aborto, e i peggiori estremi di immoralità e il rifiuto del cristianesimo tradizionale.

A sostegno dei suoi obiettivi Putin ha sostenuto leggi russe che: (1) mettono praticamente fuori legge l’aborto in Russia (divieto di aborti dopo la dodicesima settimana, e prima di questa data un permesso in casi limitati, e anche la fine del sostegno finanziario agli aborti, invertendo una precedente politica sovietica); (2) fermano l’omosessualità e la propaganda omosessuale – assolutamente nessuna propaganda omosessuale nelle scuole russe, niente manifestazioni pubbliche di omosessualità, con sanzioni penali comminate per la violazione di dette norme; (3) sostengono con forza il matrimonio tradizionale, in particolare il matrimonio religioso, con l’aiuto finanziario alle coppie sposate che hanno più di due figli; (4) stabiliscono l’insegnamento religioso obbligatorio in tutte le scuole russe (tra cui l’istruzione in diverse confessioni cristiane, in diverse regioni del paese); (4) attuano una politica di istituzione di cappellanie nei reggimenti militari russi (e le istituzioni religiose ora contribuiscono ad aiutare le famiglie dei militari); (5) fanno delle feste religiose giorni festivi ufficiali dello Stato russo; (6) istituiscono un programma nazionale di ricostruire delle chiese distrutte dai comunisti (la più famosa è la storica Chiesa di Cristo Salvatore a Mosca); e (7) sostengono ufficialmente l’industria cinematografica russa nella produzione di film religiosi e patriottici conservatori – curiosamente, il film più popolare in Russia nel 2009 è stato il film “L’Ammiraglio”, un biopic molto favorevole del leader contro-rivoluzionario dei russi bianchi, l’Ammiraglio Aleksandr Kolchak, che fu giustiziato dai comunisti nel 1920. Il film è stato sostenuto dal ministero russo della cultura. Possiamo immaginare il National Endowment for the Humanities americano che fa qualcosa di simile negli attuali Stati Uniti? [Vedi i resoconti,OneNewsNow.com, 23 Gennaio 2013; LifeSiteNews, 26 ottobre 2011, 1 agosto 2013; Scott Rose, Bloomberg News, il 30 giugno 2013; vedi anche Garrard su alcune di queste azioni]

Come ha scritto un autore cattolico americano, Mark Tooley, in Understanding a More Religious and Assertive Russia, 2 aprile 2014:

Putin ha formato una stretta associazione con l’Ortodossia russa, come hanno tipicamente fatto i governanti russi in tutti i secoli. Ha fatto bene a farlo, perché la Russia ha sperimentato una certa rinascita spirituale… L’Ortodossia è largamente e comprensibilmente vista come il rimedio spirituale al cavernoso vuoto spirituale lasciato da oltre 70 anni disastrosi e spesso assassini del bolscevismo. Il risorgente tradizionalismo religioso ha alimentato la nuova legge della Russia contro il proselitismo ai minori degli orientamenti sessuali e la sua nuova legge anti-aborto. Entrambe le leggi rispondono anche alla lotta demografica della Russia contro la caduta dei tassi di natalità e le cifre mostruosamente alte di aborti che risalgono al dominio sovietico. Alcuni conservatori religiosi americani hanno visto i leader religiosi russi come alleati nella cooperazione internazionale in materia di cause pro-famiglia.

Essendo la più grande nazione del mondo, con collegamenti storici con il resto d’Europa, ma anche con l’Asia, Putin ha capito bene che la Russia, nonostante la parentesi comunista, era ancora una grande potenza da non sottovalutare. Un nazionalismo conservatore russo ridestato e un ritorno alla tradizionale fede cristiana ortodossa non avrebbero, nelle sue iniziali speranze, predeterminato un eventuale scontro con l’Unione Europea, né con gli Stati Uniti.

Di fatto, dopo l’attacco dell’11 settembre 2001 alle “torri gemelle” di New York, la Russia di Putin è stata la prima nazione ad offrire il suo pieno sostegno e la sua cooperazione con le agenzie di intelligence americane per combattere il terrorismo e portare i colpevoli alla giustizia. Avendo combattuto il terrorismo islamico ceceno nella regione del Caucaso, la Russia aveva esperienza dell’estremismo islamico. [Lynch, pp 100-105; Stuermer, pp. 5-6]

Tuttavia, i neoconservatori dell’amministrazione Bush fondamentalmente hanno preso la Russia a calci nei denti. Con la loro fede zelante nella democrazia liberale e nell’uguaglianza globale, daimporre se necessario offendendo intere nazioni, come un tempo si vantava Allan Bloom, hanno rifiutato con aria di sufficienza la collaborazione russa. Come ha detto il capo pubblicista e portavoce neocon, Charles Krauthammer, “oggi viviamo in un mondo unipolare in cui c’è solo UNA superpotenza, e sono gli Stati Uniti”.

La condiscendenza neocon verso la Russia, in primo luogo dopo il 9/11, poi con la minaccia di posizionamento di missili in Polonia, spingendo la NATO fino alle frontiere della Russia, e, infine, dopo la pasticciata scappatella diplomatica americana in Georgia nel 2008, ha cementato la convinzione tra i russi e in Vladimir Putin che il partenariato desiderato con l’America era irrealizzabile, almeno per il momento. [Cfr Lynch, cap. 6, in generale, per una discussione approfondita della politica estera russa; Stuermer, pp. 196-199]

Il desiderio della Russia di diventare un “partner di collaborazione” in qualsiasi tipo di situazione simile parità internazionale non era del tutto inaccettabile per i neocon americani. Mentre Eltsin era stato accolto a Washington come “barboncino dell’America,” disposto a eseguire gli ordini degli Stati Uniti, Putin credeva che la nazione più grande del mondo, che si era scrollata dalle spalle il giogo comunista, meritasse un ruolo più importante. Il suo desiderio era di un vero partenariato. Ma i tentativi aggressivi capeggiati dagli Stati Uniti incorporare nella NATO parti precedentemente integranti della Russia – aree che erano e continuano a essere considerate all’interno della “sfera di influenza” russa, anche se indipendenti – ha in gran parte deluso le speranze russe di partenariato con l’Occidente. [Stuermer, pp. 191-196] Nel 1996 il compianto George Kennan ammoniva l’establishment della politica estera americana che l’espansione della NATO in quelle aree “è stato un errore strategico di proporzioni potenzialmente epiche.” Kennan metteva in guardia contro una politica estera che era “utopista nelle sue aspettative, legalista nel suo concetto… moralista… e ipocrita “[Robert Sidelsky, Kennan’s Revenge: Remembering the Reasons for the Cold War, Guardian, 23 aprile 2014,]. Henry Kissinger ha fatto eco a quest’avviso il 12 novembre 2014, chiamando in Der Spiegel la risposta americana alla Russia “un errore fatale“.

Forse non è un caso che molti degli attuali pubblicisti neocon discendono da immigrati ebrei sionisti laburisti e da abitanti della “zona di residenza” russa, che sperimentarono pogrom tsaristi russi (non sono MAI esistiti “pogrom tsaristi russi” = ndM) alla fine del XIX secolo e che in seguito formarono l’avanguardia degli sforzi marxisti per rovesciare lo tsar e stabilire uno stato socialista? Il mastodontico studio di Aleksandr Solzhenitsyn, Duecento anni insieme (ancora non tradotto in inglese, anche se esiste una edizione francese: Deux siècles Ensembles, 1795-1995, Fayard, 2002), offre affascinanti dettagli su questo processo. L’internazionalismo socialista manifestato da quei rivoluzionari ha trovato la sua incarnazione in Lev Trotskij, assassinato per ordine di Stalin in Messico nel 1940. Nonostante la presunta migrazione dei neocon verso la destra politica negli anni ’70 e ’80, l’ eredità globalista e “democratica” di Trotskij resta una stella polare non troppo lontana per molti partigiani zelanti.

A volte questo rispetto paterno continua a irrompere da fonti improbabili. Su National Review Online, qualche anno fa, lo scrittore neoconservatore Stephen Schwartz ha scritto:

Fino al mio ultimo respiro, difenderò Trotskij che solo e perseguito da paese a paese e, infine, affossato nel suo sangue in una casa orribilmente calda a Città del Messico, disse di no alle coccole sovietiche all’hitlerismo, alle purghe di Mosca, e al tradimento della Repubblica spagnola, e che ebbe la capacità di ammettere che era stata sbagliata l’imposizione di uno stato a partito unico, nonché della sorte del popolo ebraico. Fino al mio ultimo respiro, e senza scuse. Lasciate che i neofascisti e stalinisti nella loro seconda infanzia ne facciano ciò che vogliono”. [Vedi il commento del professor Paul Gottfried suTakimag.com, 17 Aprile, 2007]

Per questi neocon americani, l’emergere di una Russia nazionalista, cristiana e non democratica ricorda forse troppo i “brutti vecchi tempi”. E nonostante circostanze molto diverse, uno stato russo non conformista che esiga qualsiasi forma di parità con la “sola superpotenza rimasta nel mondo” è fuori questione.

Al contrario, Boris Eltsin era un favorito dei neocon. Il mandato di Eltsin come presidente sembrava non solo echeggiare uno status di “barboncino dell’America” di secondo rango; la sua gestione dell’economia russa si è dimostrata disastrosa per il russo medio, ma redditizia per una manciata di oligarchi russi, che a loro volta erano collegati agli interessi commerciali americani. Wikipedia (articolo su Boris Eltsin) riassume le sue azioni in questo modo:

Nel 1995, mentre Eltsin lottava per finanziare il crescente debito estero della Russia e ottenere il sostegno dell’elite russa del business per la sua candidatura alle elezioni presidenziali anticipate del 1996, il presidente russo preparava una nuova ondata di privatizzazioni offrendo quote azionarie in alcune delle più preziose imprese statali della Russia in cambio di prestiti bancari. Il programma era stato promosso come un modo di accelerare la privatizzazione e contemporaneamente garantire al governo un’ infusione molto necessaria di denaro per le sue esigenze operative.

Tuttavia, le offerte erano effettivamente svendite di beni di valore dello Stato a un piccolo gruppo di magnati della finanza, dell’industria, dell’energia, delle telecomunicazioni e dei media che sono stati poi conosciuti come “oligarchi” a metà degli anni ’90. Ciò era dovuto al fatto che la gente comune vendeva i loro buoni in cambio di contanti. I buoni sono stati acquistati da un piccolo gruppo di investitori. Entro la metà del 1996, notevoli quote di proprietà di grandi imprese erano state acquistate a prezzi molto bassi da una manciata di persone. Boris Berezovskij, che controllava le principali partecipazioni in diverse banche e nei media nazionali, è emerso come uno dei più importanti sostenitori di Eltsin. Insieme con Berezovskij, Mikhail Khodorkovskij, Vladimir Potanin, Vladimir Bogdanov, Rem Viakhirev, Vagit Alekperov, Alexander Smolenskij, Victor Vekselberg, Mikhail Fridman e pochi anni dopo Roman Abramovich, erano abitualmente citati dai media come oligarchi della Russia.

Alla sua assunzione della presidenza e alla sua elezione a un primo mandato completo, Putin ha deciso di porre fine a questa dominazione economica degli “oligarchi”, ma così facendo, si è attirato l’antagonismo dei loro partner capitalisti internazionalisti in Occidente a Wall Street e a Bruxelles.

Durante il suo primo mandato, Putin si è dimostrato un politico intelligente e pieno di risorse. Ha organizzato una base politica potente, il suo partito politico Russia Unita, e, come la maggior parte dei leader politici di successo, è stato in grado di mettere a profitto i suoi successi economici e una conclusione favorevole della guerra civile cecena in una forte base di appoggio in tutta la Federazione Russa. Criticato da alcuni oppositori interni per non aver seguito puntigliosamente tutti i parametri di riferimento caratteristici della “democrazia” di stile occidentale, Putin ha insistito che il difficile cammino verso la democrazia russa è stato diverso da quello spesso spinto (e imposto) da parte degli Stati Uniti in tutto il mondo. Tuttavia, il cittadino medio russo ha vissuto più libertà reale e più libertà economica che in qualsiasi altro momento nella lunga storia della Russia, e il credito per questo deve essere di Putin. [Lynch, pp 69-74.; Stuermer, pp. 199-200]

Le accuse continue che Putin è corrotto e si è circondato di ex-membri del KGB hanno come origine, non a caso, negli oppositori interni di sinistra e liberali del presidente russo in Russia, come hanno dimostrato Lynch, Paul Craig Roberts, M. S. King e altri. In realtà, alla maggior parte dei consiglieri di Putin manca un serio precedente coinvolgimento nel comunismo o nel KGB. Le accuse, però, sono state raccolte dai media di Murdoch e dalla stampa neocon. Proprio come avevano lodato Eltsin, hanno rapidamente trasformato il nazionalista Putin, che nella stampa occidentale è divenuto rapidamente un “delinquente del KGB”, “corrotto” e desideroso di “ripristinare la vecchia Unione Sovietica”.

Una delle principali (per quanto indiretta) fonti nazionali russe delle accuse di corruzione arriva da un prolifico politico russo, Boris Nemtsov. Nemtsov, identificato come un “neo liberal”, è un avversario di lunga data di Vladimir Putin e un favorito di John McCain e di vari “conservatori mainstream” [Cfr, “Russians React Badly to U.S. Criticism on Protests“, The New York Times, 6 gennaio 2011]. Nel corso degli anni ha scritto una serie di bordate e opuscoli elettorali, accusando Putin di tutto, dall’abbellimento del suo “nido” con “miliardi di rubli” alla frode elettorale [Cfr Nemtsov, Putin: What 10 Years of Putin Have Brought, 2010]. In ogni caso, alle sue affermazioni mancano le fonti per renderle credibili. È come se Al Gore avesse scritto un opuscolo su George W. Bush nelle elezioni del 2000: tale opuscolo e il suo contenuto sarebbero immediatamente e altamente sospetti.

Il fatto che alcune pubblicazioni e servizi stampa americani di area presumibilmente conservatrice abbiano potuto dare credito a queste accuse dimostra solo il potere dei media liberali e di sinistra e della lobby omosessuale internazionale anti-russa che hanno cercato disperatamente di diffondere queste idee (l’autore si trova ancora sotto l’illusione che esista una differenza nell’agenda dei media occidentali, mentre in realta’ essi rispondono esattamente allo stesso padrone sotto la cortina fumogena delle false dialettiche “destra e sinistra”, “liberali e conservatori”, et cetera, che servono solo per ipnotizzare il pubblico = ndM) .

Anche se l’origine di Nemtsov è importante per alimentare i costanti attacchi dei media, negli ultimi mesi la natura dell’opposizione occidentale a Putin e alla Russia è stata radicalmente trasformata. Mentre le frottole di Nemtsov hanno certamente trovato la loro strada nella stampa occidentale, dal momento dei divieti legali in Russia (nei primi mesi del 2013) contro la propaganda omosessuale (in particolare rivolta ai minorenni) e la sua difesa schietta dell’istituzione cristiana del matrimonio, la vigorosa opposizione a Putin ha assunto una dimensione “morale”, meglio simboleggiata, forse, dalla nomina da parte di Obama di alcuni attempati atleti apertamente omosessuali a capo della delegazione degli Stati Uniti alle Olimpiadi di Sochi nei primi mesi del 2014.

Tale azione ha dimostrato sia il rifiuto fondamentale da parte della leadership americana (e dei leader europei occidentali) dell’affermazione russa del matrimonio tradizionale e del cristianesimo tradizionale, mentre illustrava l’apostasia formale da parte dell’Occidente dai propri ormeggi cristiani tradizionali.

Scende in campo la giornalista e scrittrice russo-americana Masha Gessen. Numerosi riferimenti a Gessen hanno cominciato ad apparire l’anno scorso, e presto è apparsa come “l’autorità sulla Russia” in diversi telegiornali della domenica mattina e come ospite in programmi speciali dell’Establishment che si occupano di Russia e Ucraina. Ripetutamente, è identificata come “nota esperta e autrice sulla Russia e Vladimir Putin”. Il suo volume del 2012, L’uomo senza volto: l’improbabile ascesa di Vladimir Putin, è stato citato in programmi come “Meet the Press” e “Face the Nation” come opera di fondamentale importanza per comprendere la Russia e il suo presidente. È la scrittrice più ampiamente citata oggi in Occidente sulla Russia e su Putin.

Ma chi è questa Masha Gessen? È identificata da Wikipedia (non nota per la sua polarizzazione di destra) come un’attivista lesbica ebrea, con doppia cittadinanza russa e americana (come c’è riuscita?), “sposata” con un’altra lesbica, con una “famiglia”, ma che sostiene l’abolizione della stessa “istituzione del matrimonio”.

Si identifica come avversaria violento di Putin e del cristianesimo tradizionale. Eppure, il suo libro, L’uomo senza volto: l’improbabile ascesa di Vladimir Putin, è presentato come il migliore volume sulla Russia e il suo presidente, mentre anche i suoi difensori (che scrivono recensioni su Amazon.com, per esempio, e altrove) ammettono che il suo studio si legge come “un lungo, appassionato editoriale”.

Aggiungiamo che Gessen è una campione inesorabile della banda punk rock lesbica russa, “Pussy Riot”, che ha profanato l’altare di una delle chiese più sacre della Russia, la chiesa di Cristo Salvatore a Mosca. Il suo volume Words Will Break Cement: The Passion of Pussy Riot(2014), è un’apologia appassionata di quella banda lesbica pornografica e un attacco al vetriolo sia a Putin sia al tradizionale cristianesimo ortodosso, in particolare all’istituzione del matrimonio, che Putin difende con forza e pubblicamente. I suoi attacchi fanno presa su tutto lo spettro dell’opinione pubblica americana, tra cui, purtroppo, pubblicazioni presumibilmente conservatrici. In effetti, molti neocon sono molto “soft” su questioni che circondano i diritti degli omosessuali. [Vedi, per esempio, “Fox News Goes Gay,” Christian Newswire, 14 agosto 2013; James Kirchick, “Out, Proud, and Loud: A GOP Nominee Breaks Boundaries”, The Daily Beast, 18 febbraio 2014; Andrew Potts, “Fox News commentator Charles Krauthammer calls gay rights struggle ‘heroic’”, Gay Star News, 1 gennaio 2014]

Gessen, poi, è diventata una fonte importante per gli attacchi e le “analisi” vomitate dalle reti televisive principali. Come si può vedere, la vera chiave qui è sempre il tema dell’omosessualità e il fatto che la Russia di Putin difende l’etica cristiana tradizionale e ha dato un giro di vite alla propaganda gay. Gessen trova queste cose intollerabili… Così, anche se i suoi scritti giornalistici pretendono di avere una visione ricercata e accademica delle cose russe, i suoi attacchi, le accuse di corruzione e di tendenze anti-democratiche, sono tutti raccolti in qualcosa di molto più importante per questa loquace attivista: una passione totalizzante per l’avanzamento dell’omosessualità in tutto il mondo e un’opposizione incessante al cristianesimo tradizionale.

Ma non è solo una pubblicista prominente e influente come Masha Gessen che identifica il tema dell’omosessualità come centrale nell’odio per Putin e la Russia contemporanea. I punti di vista di Gessen sono ora completamente tradizionali in Occidente, illustrati clamorosamente dalla denominazione da parte del Presidente Obama di quegli ex olimpionici gay per rappresentare gli Stati Uniti a Sochi. Il gesto era inequivocabile, ma il suo simbolismo indicava qualcosa di più profondo rispetto alla mentalità post-cristiana dell’Occidente. In effetti, questo aspetto saliente di quello che eufemisticamente viene ora chiamato “difesa dei diritti umani” è alla base delle politiche americane e dell’Unione Europea nei confronti della Russia. Organizzazioni come la Lega per i diritti umani, People for the American Way, e le Nazioni Unite sono state coinvolte a livello mondiale, cementando questo modello. Nella sfera politica internazionale, non si può trovare illustrazione di questa influenza pervasiva sulla politica più chiara che nella risposta dello stretto alleato americano, il cancelliere tedesco Angela Merkel, alle critiche del Presidente Putin sul crollo della morale cristiana tradizionale in America e in Europa. Come riportato dal Times di Londra, il 30 novembre 2014, la Merkel, che aveva da tempo sollecitato un approccio più morbido per la Russia e i negoziati continui, ha finalmente realizzato:

che non vi può essere riconciliazione con Vladimir Putin quando ha sentito le sue opinioni intransigenti sui diritti dei gay. Il cancelliere tedesco era nel mezzo di una delle 40 conversazioni che ha avuto con il presidente russo nel corso dell’ultimo anno – più del totale complessivo con David Cameron, François Hollande e Barack Obama – quando Putin ha cominciato a inveire contro la “decadenza” dell’Occidente. Niente esemplifica questo “decadimento dei valori” più della promozione occidentale dei diritti dei gay, Putin ha detto. Il Cremlino invece dovrebbe adottare una politica di contenimento nello stile della guerra fredda.

E la Merkel non è la sola. Si unisce a Barack Obama e ai primi ministri David Cameron, François Hollande e ai leader dell’Unione Europea a esprimere questo importante fondamento logico della politica occidentale nei confronti della Russia.

Quindi, è il formale abbraccio occidentale e americano all’omosessualità, al matrimonio omosessuale, e ad altre deviazioni dalla morale tradizionale cristiana come normativa che ha aperto una profonda voragine e motiva sostenitori zelanti, per i quali Vladimir Putin e una Russia tradizionale rinata presentano una netta sfida al loro eventuale successo globale.

Quindi, è questa ribellione contro la natura umana creata da Dio e contro la legge naturale, in sé, che è amaramente contraria all’affermazione in Russia di una credenza religiosa tradizionale. È ora questo divario a costituire la base più profonda del profondo conflitto tra Oriente e Occidente. In effetti, il mondo è stato capovolto, con la Russia che ora difende il cristianesimo, mentre le élite politiche e dei media americani e occidentali lo attaccano brutalmente. Come Patrick Buchanan ora chiede giustamente: “Da che parte sarà Dio d’ora in poi?”

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