ESEGESI STORICA E FILOLOGICA DI UN FALSO D’AUTORE


Poche volte il titolo di un libro è stato associato ad un aggettivo come in questo caso, infatti è raro leggere la frase I Protocolli dei Savi di Sion senza la presenza del qualificativo «falsi». E, in generale, questo testo ha diviso lettori e commentatori in due partiti, coloro che sostengono i Protocolli essere un falso calunnioso, e coloro che sostengono che i protocolli affermano il vero anche se sono falsi.

Se andiamo a ricercare i motivi per cui si formulano questi giudizi, leggiamo delle ragioni esposte con molto clamore, quali: «perché calunniano il popolo ebraico», «perché sono stati usati per fomentare l’antisemitismo», «perché il curatore della prima edizione si è contraddetto riguardo alla loro origine», «perché sono copiati da un testo precedente», «perché una sentenza di un tribunale svizzero lo ha decretato», «perché il Times lo ha dimostrato in una serie di articoli del 1921» e «perché un’inchiesta del governo russo lo appurò quasi in contemporanea alla prima pubblicazione».

A parte l’ultimo argomento, che merita molto rispetto, tutte le altre ragioni sono inconsistenti. Dire che un testo è falso in quanto calunniatorio è una petizione di principio (utilizzo della tesi da dimostrare come argomento dimostrativo), se infatti affermassero il vero non costituirebbero calunnia. Dire che un testo è falso perché ha prodotto esiti riprovevoli è un non sequitur. Quanto alla contraddizione sulla data in cui il testo sarebbe stato prodotto, non è significativa, infatti trattandosi, secondo il curatore, di appunti trafugati, le date fornite da Nilus sarebbero state pure supposizioni. La sentenza del tribunale svizzero, ricusata in appello, si avvalse di testimonianze inattendibili della sola accusa (la difesa non fu neppure ascoltata) e fu chiaramente irregolare.

Più interessante invece è la similitudine dei Protocolli con il testo di Maurice Joly, che costituisce anche la prova essenziale delle «dimostrazioni» del Times. Apprendiamo improvvisamente che se un testo ne riprende parzialmente un altro è falso. Perbacco, allora quasi tutta la matematica che si studia è falsa, perché si ritrovano gli stessi teoremi in testi precedenti, e così pure la storia! Anche in questo caso si è data per scontata una parte del ragionamento: cioè che il plagio riscontrato attesta la falsità se si tratta di opere di fantasia, il che era appunto l’assunto da dimostrare.

Un commentatore arriva a dichiarare: «Si è potuto dimostrare – qualunque cosa si pensi del loro contenuto e della loro stessa origine – che si tratta, dal punto di vista materiale, di un falso costruito copiando quasi letteralmente un pamphlet antibonapartista dell’avvocato francese Maurice Joly» (Massimo Introvigne) Facciamo notare al noto studioso di religioni, che applicando il suo ragionamento, ad esempio, al Vangelo secondo San Marco, potremmo egualmente dire che, «indipendentemente da quello che si può pensare del suo contenuto, è falso, in quanto copiato quasi letteralmente dalla predicazione di un certo Simone di Galilea, un facinoroso che assalì a sciabolate il servo del sommo sacerdote».

Per contro va detto che anche le ragioni dei sostenitori della veridicità dei Protocolli (il commento di Julius Evola spostò l’attenzione dei lettori dal problema della verità a quello della veridicità del testo) sono estremamente labili. Che buona parte dei piani descritti nel testo si siano realizzati, non significa che sia avvenuto a causa di un complotto, ma potrebbe essere il frutto di casualità storiche, derive sociali, concorso di molti attori e non di una regia unificata.

Se i detrattori dei Protocolli indicano per vie indiziarie il nome di qualche possibile mistificatore, i sostenitori devono accontentarsi della generica «serva» di un capo massone. In entrambi i casi personaggi mai individuati, il cui ruolo non è mai stato accertato. Al punto che uno storico serio come Carlo Mattogno (che propende per la tesi del testo artefatto) plaude al saggio di De Michelis che respinge «l’ipotesi – in sé plausibile, ma mai dimostrata – della compilazione (dei Protocolli) a Parigi, attorno al 1897, a cura di P.I.Račkovskij e con lui della sezione estera dell’Oxrana».

Cosa si deve intendere per «falso»

I Protocolli sarebbero un programma per la conquista e la gestione del potere mondiale. Come si può decidere se un programma sia vero o falso? Senza le dichiarazioni d’intenti degli autori è semplicemente impossibile. Infatti un programma potrebbe corrispondere autenticamente alla volontà e al pensiero dell’ideatore ma poi fallire miseramente senza lasciare tracce nella realtà. Viceversa potrebbero realizzarsi gli scenari descritti nel programma, ma in virtù di altri attori e con motivazioni differenti da quelli originari. Neppure la ripresa di testi precedenti può qualificare l’autenticità di un programma, perché potrebbe trattarsi semplicemente di idee condivise, che il pianificatore fa proprie.

Pertanto il punto essenziale per determinare la falsità dei Protocolli, consiste proprio nel dimostrare che non si tratta di un programma. Dimostrazioni positive di questo genere sono impossibili, ma proveremo a tracciare due scenari opposti, valutandone la coerenza e la plausibilità.

Prima ipotesi: i Protocolli sono falsi La tesi classica a riguardo dei Protocolli li definisce come opera di calunnia contro il popolo ebraico. Se questo è il cadavere, l’arma del delitto consiste nei Dialoghi all’inferno tra Machiavelli e Montesquieu libello satirico contro Napoleone III da cui sono ripresi e talvolta quasi trascritti numerosi passaggi. Il movente sarebbe l’ostilità del governo zarista verso gli ebrei, che avrebbe fomentato sentimenti antisemiti, sfogatisi nei pogrom.

Il cadavere

A differenza del testo di Joly, che si presenta come un trattatello politico in forma di discussione puramente teorica (tanto che il lettore dei nostri giorni stenterebbe a riconoscervi una satira), i Protocolli fanno una serie di affermazioni sulla realtà, quasi fossero appunti sullo stato di avanzamento dei lavori. Il «noi» narrante almeno in tre circostanze parla del presente (la stesura del testo definitivo e pubblicato dei Protocolli, va situata tra il 1899 e il 1905) e lo fa riguardo alle ricchezze, alla stampa e al successo di alcune linee di pensiero.

Il primo controllo preliminare che è doveroso fare, riguarda dunque queste affermazioni, che si possono ben giudicare o vere o false. – Il monopolio delle ricchezze: all’inizio del 1900 la predominanza della famiglia Rothschild all’interno delle Banche Centrali si è già affermata.

Molti dei più grandi banchieri internazionali sono ebrei che, effettivamente, grazie all’uso delle ricchezze che amministrano, cambieranno la storia degli anni successivi. Bene lo avrebbero appreso la Russia, devastata dalla rivoluzione bolscevica finanziata da Jacob Schiff, e la Germania, trasformata dall’avvento del nazismo finanziato dai Warburg. Ancora pochi anni e gli Stati Uniti capitoleranno con il Federal Reserve act (1913). A questo riguardo i Protocolli dicono il vero. – Il discorso sulla stampa non è meno clamoroso. Vale la pena di riportare alcuni passi del testo originale: «… siamo riusciti a controllare la società dei gentili ad un punto tale che essa vede gli affari mondiali attraverso le lenti colorate con le quali le copriamo gli occhi» ed «esiste già nel giornalismo francese tutto un sistema di intese massoniche… ». Proprio la situazione russa di quell’epoca, in relazione all’opinione pubblica, testimonia la triste verità della prima affermazione.

In occasione del pogrom di Kichinev (1903), in realtà una serie di scontri avvenuti in occasione della concomitanza tra la Pasqua ortodossa e quella ebraica, la stampa inventò orrori e sevizie ai danni delle vittime ebree (vi furono anche vittime cristiane, ma di esse nessuno si diede mai pena), che non erano mai avvenuti. Vi furono ripetuti tentativi (poi falliti) di accusare elementi dell’esercito, attribuendo loro la responsabilità dell’accaduto. Ma il fatto in assoluto più grave fu che, durante l’istruttoria del processo, un ignoto fece pervenire a un corrispondente inglese a Pietroburgo il testo di una lettera attribuita al ministro dell’interno Plehve, che dava istruzioni al governatore della Bessarabia (il distretto di Kichinev) affinché le forze dell’ordine chiudessero un occhio su eventuali persecuzioni antiebraiche. Nonostante non vi fosse uno straccio di prova non sull’autenticità, ma neppure sull’esistenza di tale lettera, proveniente da fonte anonima, immediatamente il Times la pubblicò. Il testo fu ripreso dalla maggioranza dei giornali occidentali suscitando un’ondata di sdegno antirusso e antizarista. La lettera ovviamente era una pura invenzione calunniosa, ma questo non salvò il ministro Plehve dall’odio montante contro di lui, che culminò nel suo omicidio, perpetrato con un’azione terroristica (è molto significativo che da questo episodio di falso conclamato, si deduca il movente antisemita della falsificazione dei Protocolli).

Parallelamente all’enfasi strumentale e calunniosa con cui furono proclamati al mondo gli eventi di Kichinev, a Gomel avvenivano altri disordini che si configurarono come un pogrom antirusso da parte degli ebrei. Inutile dire che la stampa diede ben poca risonanza a questi fatti. Il doppiopesismo che conferma questa «lente deformante» operata dalla stampa sulla realtà, ebbe poi una spettacolare conferma tra il 1911 e i 1913.

In Russia teneva banco l’affare Beyliss, un ebreo accusato di omicidio rituale nei confronti di un dodicenne. Tutta la stampa internazionale esercitò una pressione formidabile e concorde contro gli inquirenti e a favore dell’imputato. La sentenza scagionò Beyliss correttamente, per insufficienza di prove che lui fosse l’autore materiale del crimine, mentre la stampa si dava a un tripudio di festeggiamenti come se fosse stata sventata l’ingiuria antiebraica (in realtà i fatti sono che il ragazzo fu svuotato del suo sangue tramite quarantasette punture nei vasi sanguigni e negli organi principali mentre era in posizione eretta e il tutto fu perpetrato in concomitanza con l’inizio della Pasqua ebraica e con la costruzione di una nuova sinagoga).

Quasi contemporaneamente, negli Stati Uniti, un altro ebreo di nome Leo Frank, subì un processo per stupro e omicidio di una ragazza. Anche egli fu giudicato (e condannato a differenza di Beyliss) in base a indizi molto incerti. Mentre attendeva il ricorso in cassazione, una folla armata lo strappò di prigione e lo linciò. Tuttavia la stampa non gettò nessun tipo di accusa antisemita sull’Amministrazione americana e il fatto non fece neppure clamore.

Riguardo al secondo punto della stampa, ovvero che in Francia esisteva già un cartello massonico dominante nel campo dell’informazione, possiamo offrire una dimostrazione indiretta. Nel 1904 emerse infatti l’affare Bidegain, un infiltrato nella massoneria che riferiva alla curia parigina. Costui collaborò col Grand’Oriente nella schedatura degli ufficiali dell’esercito, passando poi i «pizzini» (le «fiches») al ministro della Guerra André del governo del massone Emile Combes. Le informazioni concernevano la condotta religiosa dei militari e riportavano giudizi quali «clericanaglia», «spirito gesuitico» o informazioni come «va a Messa» e «ha partecipato alla prima Comunione della figlia» e decretavano la fine della carriera di questi soldati credenti. Grazie alle prove raccolte da Bidegain lo scandalo giunse in parlamento e contribuì alla caduta del governo Combes nel 1905. Se dunque una selezione massonica di questo tipo esisteva per l’esercito, quanto più doveva valere per un’attività nevralgica come la stampa!

Del resto in Russia, dove non si erano ancora insediati regimi rivoluzionari, la preminenza ebraica nel campo dell’informazione era già schiacciante. Lo dimostra il famoso aneddoto del deputato Purichkevic che additò la tribuna stampa del neonato parlamento chiamandola zona di residenza (nome che assumevano quei territori che potevano essere abitati dagli ebrei, secondo le vecchie leggi zariste) facendo scoppiare in una fragorosa risata tanto la maggioranza quanto l’opposizione: i giornalisti infatti erano quasi tutti ebrei. E che non fosse un caso lo dimostra il fatto che in quello stesso 1905 al Kolokol (il giornale dei parroci) fu negata la rappresentanza nella tribuna stampa della Duma, grazie a una serie di prevaricazioni lobbistiche. Anche se una vera dimostrazione dell’assunto comporterebbe l’esame di un materiale sterminato, gli esempi qui riportati illustrano che il giornalismo internazionale, all’epoca dei Protocolli, si comportava sulle questioni sensibili in modo compatto, sincrono e illogico, il che deve lasciar supporre che gli orientamenti di opinione rispondessero ad una regia esterna. Ed è anche vero che tra gli operatori del settore, soprattutto nei ruoli direttivi, si nota un affollamento di ebrei che non può essere casuale.

Giovanni Preziosi segnala l’agenzia Reuter e i gruppi Mosse ed Ullstein in Germania, il Times (che pubblicò gli articoli sui «falsi» Protocolli) e altri giornali in Inghilterra, il Petit Parisien (il giornale più venduto) in Francia, della Russia si è detto. Anche a questo riguardo, quindi, si può tranquillamente concludere che i Protocolli non mentono. – «Notate il successo di Darwin, di Marx e di Nietzche, che fu interamente preparato da noi». Queste sarebbero le tre linee di pensiero sponsorizzate dai Savi di Sion. Che Marx, ebreo e massone, ricevesse sostegno dai suoi pari è cosa scontata. Che il suo successo fosse stato preparato lo si può notare da alcuni particolari: il primo movimento comunista nacque dalla «Lega dei giusti» un movimento illuminatico (fondato niente meno che da Mazzini) che era finito sotto la direzione ebraica. Joseph Moll, a quell’epoca leader della «lega» commissionò a Marx la redazione del Manifesto, che non fu altro che una parafrasi del programma di Weisshaupt, e la pubblicazione fu finanziata da un terzetto americano composto da Horace Greely e Clinton Roosevelt, membri della «Loggia Columbia» di New York e da un certo Lafite, a sua volta affiliato ad alcune sette segrete. I movimenti comunisti, al motto di «proletari di tutto il mondo unitevi», in realtà furono sempre riuniti sotto la direzione di personaggi che tanto proletari non erano, ma piuttosto – e qui sta il trucco – cripto-intellettuali giudei o massoni, come dimostrò clamorosamente la rivoluzione bolscevica.

Per quanto riguarda Darwin il discorso è meno immediato, ma altrettanto evidente. Senza entrare nel merito del valore scientifico della sua teoria, basti dire che essa conobbe una diffusione capillare assolutamente sproporzionata alla portata delle nuove presumibili conoscenze, nonché fu divulgata e insegnata nelle scuole, in un senso che oltrepassava ampiamente le reali affermazioni di Darwin. Tra i suoi sostenitori spiccano delle figure caratteristiche. In primo luogo Thomas Henry Huxley (nonno dei due iniziati occultisti e mondialisti Julian e Aldous) talmente acceso nella sua propaganda evoluzionista da essere soprannominato «il mastino di Darwin». Alfiere del materialismo fu anche uno dei padri del moderno agnosticismo. Nemico della religione e dell’origine divina dell’uomo, si preoccupò piuttosto della dignità degli animali, che, con involontaria ironia talmudica, elevò al rango di «fratelli minori». Altro sponsor del successo darwiniano fu Herbert Spencer, filosofo positivista che confinava il conoscibile al campo strettamente materiale, relegando così le dottrine religiose nella sfera dell’irrazionale. Applicò largamente la teoria evolutiva ad altre discipline che non la biologia, rivelando così quelle potenzialità di questa dottrina che la facevano essere tanto cara ai nemici della retta ragione e della cristianità.

In particolare, oltre che al principio filosofico materialista, la riferì all’educazione e alla politica, riportando la prima a una sorta di naturalismo alla Rousseau e inaugurando nella seconda il «darwinismo sociale» (una versione ancora più spietata dell’homo homini lupus hobbesiano). Per coronare tanto materialismo, il Kybalion, caposaldo letterario della filosofia ermetica, cita lo Spencer, dipingendolo come la reincarnazione di Eraclito! A favore di Darwin e dei suoi sostenitori giocò un ruolo decisivo la stampa, controllata da chi sappiamo, che enfatizzò sempre le ragioni favorevoli al darwinismo e trascurò quelle contrarie.

Le maggiori riprove di tale atteggiamento del giornalismo, apparvero più tardi, quando ogni ritrovamento dei presunti “anelli mancanti” fu celebrato con fanfare trionfali, mentre le scoperte delle falsificazioni dei reperti passarono in sordina, per essere tosto dimenticate. Infine Nietzche, che conobbe il suo massimo successo sotto il regime nazista, aveva già penetrato la cultura precedente, anche se non piace ricordarlo. Vi sono tre elementi del pensiero nietzchano particolarmente funzionali all’ideologia dei Protocolli: la morte di Dio, il superuomo, e il superamento della morale. Queste tre radici si erano fuse nelle teorie razziste ed eugenetiche che tenevano banco alla fine dell’Ottocento.

Giova ricordare che il fondatore del Ku Klux Klan fu Albert Pike, già «gran sovrano e commendatore del supremo consiglio dei 33» e che il bollettino del B’nai B’rith (seppure parecchi anni più tardi, nel 1923) affermava che «il Ku Klux Klan può diventare uno strumento di progresso e di beneficenza… » rivelando così una disdicevole comunanza di vedute. Ma fu soprattutto in California all’inizio del ‘900 che si formò il concetto di una razza superiore nordica bianca, da selezionare e preservare con ogni mezzo. Nel 1902, ad opera del presidente della Stanford university, David Starr Jordan, appariva l’epistola razziale «Il sangue della nazione», manifesto programmatico dell’eugenetica, che sosteneva l’ereditarietà delle qualità umane.

Queste idee sarebbero rimaste confinate in qualche oscuro laboratorio, se i finanziamenti della Fondazione Carnegie, della Fondazione Rockfeller e della Harriman Railroad Fortune non le avessero portate alla ribalta, conducendo i progetti alla fase attuativa. Così, nel 1909, lo Stato della California approvava le leggi eugenetiche, grazie a cui decine di migliaia di persone furono sterilizzate, internate in colonie o impedite al matrimonio, perché giudicate inadatte a contribuire alla procreazione di una razza sufficientemente elevata. Secondo le teorie di Popenoe, che prevedevano la selezione «eugenecida», molti malati mentali finirono abusivamente nelle camere a gas o furono vittime di altre terapie mortali ed eutanasia passiva.

Nel 1927 la sentenza della Suprema Corte di Giustizia americana, promulgata da Oliver Wendel Holmes e ratificata dal giudice Brandeis, autorizzava i programmi eugenetici a livello federale. Dal canto suo, la Fondazione Rockfeller finanziava massicciamente gli studi e le applicazioni sulla razza in Germania, elevando i dottori Rudin e Verschuer (il cui assistente era Mengele) a guru dell’eugenetica. Per chi ha dimestichezza con i nomi testè citati, risulta facile concludere che anche nel caso di Nietzche, oltre che di Marx e Darwin, i Protocolli dichiarano una sostanziale verità. Se ci si attiene a quanto il testo afferma in modo comprovabile (escludendo quindi i propositi) siamo costretti a rilevare che il «cadavere» è vivo e vegeto e i Protocolli non si possono tacciare di falso.

Naturalmente è troppo poco per formulare un giudizio conclusivo, anche solo su questo primo punto, perché è soprattutto dall’insieme degli elementi (oggetto-strumento-movente) che riusciremo a intravedere un panorama sufficientemente ampio e chiaro.

L’arma del delitto

Se si paragonano i Dialoghi all’inferno tra Montesquieu e Machiavelli ai Protocolli con l’unico intento di registrare le concordanze, se ne trovano indubbiamente molte, talune quasi letterali. Le più spettacolari e importanti sono le seguenti:

– Il popolo potrebbe camminare tranquillo sotto la guida delle parrocchie.

– Minacciati dalla rovina i popoli ricorreranno al despotismo come salvezza (occorrerà circa un secolo).

– Dovere di governare per trattenere le forze irrazionali che distruggono la società.

– La conflittualità sociale distrugge i corpi intermedi e pone i singoli in stato di dipendenza dal tiranno.

– Le persone indipendenti verranno messe all’indice.

– Complotti false flag per introdurre misure di rigore e limitazioni della libertà.

– Gli uomini di disordine saranno reclutati nelle società segrete; con l’avvento della tirannia queste saranno soppresse ad eccezione di un unica società infiltrata e controllata dal governo. Gli agenti dei servizi di intelligence saranno affiliati.

– Cultura del sospetto e delazione generalizzata.

– Numerosissima guardia in borghese del tiranno.

– Controllo statale della scuola e dell’università, gli studi privilegino la storia recente.

– Controllo della stampa tramite reati d’opinione, responsabilità penale di autori ed editori, limitazioni, permessi e tasse.

– Infiltrazione del potere nella stampa, tramite la sovvenzione di giornali di tendenze apparentemente opposte, critici sulle sciocchezze e filogovernativi nella sostanza. Caos d’opinioni per confondere il pubblico. Influenza decisiva nelle province. Abolizione della cronaca nera.

– Controllo dei magistrati tramite la rotazione frequente (prepensionamenti).

– Albo statale degli avvocati

– Equiparazione dei reati politici ai reati comuni.

– Necessità di ingenti risorse finanziarie per sostenere un imponente apparato amministrativo.

– Descrizione dei bilanci negligenti dello Stato.

– Far pagare le tasse ai ricchi.

– La tirannia procurerà la piena occupazione.

– Utilizzo dei circenses per sviare la passione del popolo dalle questioni importanti.

– Piani del despota imperscrutabili dal popolo e dall’amministrazione.

Abbiamo menzionato le concordanze più importanti secondo il criterio che costituiscano delle idee-chiave oppure che appaiano nei due testi con parole molto simili. Ve ne sono anche altre, soprattutto nella sfera dei tecnicismi giuridici. Però non si può omettere di registrare le differenze che intercorrono tra i due libri, cioè le idee di una certa importanza presenti nell’uno e assenti nell’altro.

Ad esempio in Joly abbiamo:

– Esaltazione del tiranno tramite simboli patriottici. L’architettura e le conquiste belliche sono gloria della nazione.

– Guerra esterna per una pace interna.

– Fuori della politica grande tolleranza, libertà filosofica e religiosa.

– Controllo del clero tramite la chiesa patriottica.

– Selezione pre-elettorale dei candidati. Legge elettorale (collegi uninominali, circoscrizioni, etc.).

– Preminenza dell’esecutivo sul parlamento.

– Discussione del problema della stampa estera.

Tali questioni e altre concernenti il sistema giudiziario (su cui Joly si dilunga alquanto) non hanno riscontro nei Protocolli. Viceversa i Savi anziani trattano di:

– Principii gnostici, filosofia del potere, volontà di stabilire un’aristocrazia plutocratica.

– Ricchezza strumento del potere: l’oro serve a influenzare, selezionare e determinare l’educazione, la cultura, gli stati d’animo e persino le teorie scientifiche.

– Ordine dal caos, metodo problema-reazione-soluzione.

– Uso della finanza per attaccare la classe intellettuale del nemico. Cicli di espansione e restrizione del credito per creare povertà. Virtualizzazione dell’economia.

– Materialismo e sete di guadagno su base speculativa sono strumenti per cancellare l’idea di Dio dalla mente dei cristiani.

– Manipolazione del linguaggio (politically correct).

– Rieducare le nazioni secondo i principii voluti, passando per una fase di destrutturazione (diseducazione tramite falsi principii). Per assicurarsi questo scopo è necessario distruggere la famiglia col suo valore educativo.

– Demolire la capacità di ragionamento astratto.

– Agenzie di stampa centralizzate, che raccolgono e distribuiscono le notizie.

– Uso della povertà (quindi – mancanza di – panem et circenses) per il controllo delle masse.

– Utilizzo dell’assassinio mirato e dell’arresto extragiudiziale.

Di tutte queste cose (e non sono né poche né di importanza trascurabile) nei Dialoghi di Montesquieu e Machiavelli non vi è traccia. Già queste differenze potrebbero indurre delle riflessioni su quanto un testo dipenda dall’altro, ma vi è di più.

Infatti tra i Dialoghi e i Protocolli esistono delle vere e proprie divergenze, argomenti su cui si pronunciano in modo diametralmente opposto. Ne segnaliamo quattro che concorrono a separare fortemente il significato dei due libri.

1 – Il tiranno di Joly ha come fine ultimo la sua ambizione personale, tutta la sua opera è riferita a se stesso. Al contrario il re di Israele è sottoposto al giudizio dei Savi e deve lavorare per «la causa» che si realizza tramite piani a lungo termine.

2 – La filosofia di Joly è relativista: «Nell’amministrazione dello Stato per la verità non ci sarà posto», dunque si governa per governare e si utilizzano le leve ideologiche disponibili. Di tutt’altro stampo è l’intendimento dei Protocolli, che separano nettamente principii e idee veri da quelli falsi. E arrivano a proclamare che «la nostra potenza sarà organizzatrice dell’ordine in cui consiste la felicità dei popoli», dichiarazione che presuppone un piano ideale oggettivo, fortemente creduto.

3 – La questione religiosa. Al riguardo di questo argomento di primaria importanza, la distanza tra i Dialoghi e i Protocolli è incolmabile. Joly si limita a proporre un controllo del clero affine a quello praticato dalla Rivoluzione Francese e a suggerire di aiutare il Papato in cambio di un riconoscimento della legittimità del proprio potere. Insomma, per lui il problema della religione è perfettamente risolto, allorquando essa si presti ad essere instrumentum regni. Di tutt’altro avviso sono i Savi anziani: «Dobbiamo cancellare persino l’idea di Dio dalle menti dei cristiani» e «Quando saremo signori della terra non ammetteremo altra religione che la nostra…». Essi esprimono idee molto chiare su chi siano gli amici e chi i nemici: «la Russia (in quanto autocrazia a base religiosa, nda) è la nostra unica nemica pericolosa, se non teniamo conto della Santa Sede» e sanno bene come affrontarli: «Distruggeremo tutte le professioni di fede a costo di produrre (temporaneamente) degli atei» e poi, dopo aver provocato un assalto rivoluzionario contro il Vaticano ed essersi atteggiati a suoi salvatori: «Così penetreremo fino al cuore di tale corte e nessuno potrà più scacciarcene finché non avremo distrutto la potenza papale». La lotta sarà senza quartiere: «I nostri filosofi mostreranno gli svantaggi delle religioni cristiane, ma nessuno potrà mai giudicare la nostra…» e il successo sarà suggellato dal fatto che «Il re di Israele diventerà il vero papa dell’universo, il Patriarca della Chiesa Internazionale». Come si vede, nei Protocolli la questione religiosa è di importanza centrale.

4 – Il programma finanziario. Joly dipinge un sistema di denaro-debito molto simile a quello in uso nell’Europa odierna, mentre gli anziani di Sion utilizzano (una volta raggiunto lo scopo del dominio mondiale – ndM) un denaro senza interesse, commisurato alla densità demografica, e con un governo politico dell’economia. Nei Dialoghi, Machiavelli prospetta numerosi trucchi, manipolazioni dei dati e propaganda sullo stato delle finanze, mentre i Protocolli promuovono una soluzione effettiva del problema. Joly fa un elogio del debito pubblico e i Protocolli rispondono: «L’indebitamento degli Stati dei gentili è una prova che hanno un cervello puramente animale», «Il principe chiederà prestiti» dice Machiavelli e i Savi dispongono l’annullamento del mercato dei titoli pubblici; si consoliderà il debito, cioè non potendo restituire il capitale si corrisponderà una rendita al creditore; di rimando i Protocolli spiegano che il debito pubblico non fa che aggravare le tasse di un interesse, lo si ripaga molte volte lungo gli anni e, alla fine, resta un debito. Per ripagare i debiti il principe ricorrerà a tasse e privatizzazioni, gli anziani a tasse e statalizzazioni, col governo azionista e creditore in molteplici imprese. Nei «vi saranno enormi istituti di credito, apparentemente per sostenere l’industria, in realtà per sostenere le rendite», nei Protocolli le Borse saranno chiuse, sostituite da organismi governativi che controlleranno l’economia reale.

Gli anziani di Sion in conclusione commentano: «Le relazioni dei nostri esperti finanziari li hanno ingannati (i governi dei gentili, nda) e sono persino riusciti a presentare la questione dei prestiti sotto una buona luce», dando così, definitivamente, dell’imbecille allo Joly.

Alla fine di questa panoramica, in cui abbiamo preferito le sintesi riassuntive dei concetti all’affastellamento di citazioni che avrebbero moltiplicato inutilmente le pagine, bisogna concludere che per la quantità, ma soprattutto per il peso qualitativo di argomenti dichiarati esplicitamente essenziali nel testo, possiamo valutare la distanza tra i due scritti. E per la presenza di un nucleo originale fondante la filosofia dei Protocolli, che arriva persino a scontrarsi frontalmente con la politica dei Dialoghi, risulta errato dire che quest’ultimo testo sia stato usato per confezionare un falso. Tutt’al più si potrà dire che i Dialoghi sono stati usati per creare un originale. Stando alla tesi dell’accusa, l’arma del delitto è spuntata.

Il movente

Non c’è dubbio che questo sia il punto più debole di tutta la tesi accusatoria. Il primo argomento che va smontato, per amore della verità e della giustizia, è la credenza che l’amministrazione zarista fosse antisemita e volesse fomentare le persecuzioni.

Nel primo volume di Due secoli insieme Solgenitsin compie un lavoro certosino di ricostruzione di tutta la legislazione russa sugli ebrei, da Caterina I fino alla rivoluzione, e mostra come non furono mai adottati provvedimenti malevoli nei loro confronti, mentre furono intrapresi molteplici sforzi per togliere il popolo ebraico dal suo isolamento e integrarlo nella cultura russa. Soprattutto furono offerte agli ebrei ghiotte occasioni di coltivare terra di proprietà, con finanziamenti a fondo perduto e disponibilità di fattorie, attrezzi, sementi e bestiame, opportunità mai colte e sempre malamente sciupate in guisa di una vacanza pagata prima di (ri)darsi alla vita nomade.

Per quanto riguarda l’istruzione superiore, le leggi dell’impero russo, attente alle minoranze, avevano prodotto una situazione che addirittura favoriva nettamente gli ebrei rispetto ai russi (e per tutto ringraziamento gli studenti universitari ebrei divennero in massa rivoluzionari o sovversivi anti zaristi).

Con l’avvento del periodo rivoluzionario di fine ‘800 la «questione ebraica» fu strumentalizzata dagli anarchici e dai comunisti per disporre di un pretesto sempre valido in nome del quale attaccare il potere costituito. Del resto le fila dei rivoluzionari si ingrossarono grazie alla presenza ebraica, che partecipò a tutti i tipi di impresa antagonista, dal sindacato (costituirono il Bund, potente sindacato ebraico) fino ai gruppi terroristi, in cui militarono, purtroppo, con successo.

Abbiamo già visto che all’inizio del ‘900 l’amministrazione zarista fu ripetutamente calunniata dalla stampa, sia nazionale che internazionale, che la accusava di non prevenire e reprimere i pogrom antiebraici. In realtà i provvedimenti delle forze dell’ordine e della magistratura furono sempre solerti e imparziali. Fece eccezione il pogrom di Kiev del 1905, in cui le provocazioni contro i simboli zaristi sacri al popolo furono davvero estreme, con devastazione della Duma, dell’università, spari contro la Polizia e dileggi ai cristiani. L’esercito rimase per quasi due giorni in uno stato catalettico, mentre in città si produceva ogni genere di disordine, per via della catena di assenze e dimissioni tra gli alti gradi, che si erano prodotte in concomitanza della concessione del regime costituzionale da parte dell’Imperatore. Tuttavia, per quanto i danni materiali ai negozi e ai palazzi degli ebrei fossero ingenti, la conta finale delle vittime è di 47 morti, di cui 12 ebrei e 35 cristiani e 205 feriti un terzo ebrei e due terzi cristiani. Anche in questo caso, sarebbe più corretto parlare di scontro di fazioni, piuttosto che di persecuzione.

Fatta questa doverosa premessa, gli argomenti risolutivi, che smontano il movente del falso antisemita sono due. Il primo è che nel 1895, monsignor Pranaitis (che fu anche perito al processo Beyliss) aveva tradotto una vasta selezione dei responsi talmudici anticristiani. Quale bisogno c’era dunque di creare un falso, quando esisteva un testo autentico che forniva ottime garanzie nel suscitare il risentimento antiebraico? Frasi quali: «Non bisogna porre bestie nelle stalle dei cristiani, essendo questi sospetti di coito coi bruti», oppure «Gli averi del cristiano sono come il deserto: il primo che arriva se ne appropria» avrebbero prodotto l’effetto di un ferro rovente. Né sarebbe stato accolto meglio il detto: «Dio li creò in forma di uomini in onore di Israele, poiché i cristiani non furono creati ad altro fine se non a quello di servire i giudei giorno e notte né mai deve loro esser data requie che cessino da simile servizio. Sconviene al figlio del re (l’israelita) che lo servano bestie in quanto tali, ma è conveniente che lo servano bestie in forma umana».

E lo stesso presunto falsificatore, non si sarebbe dato pena di citare nessun passo del Talmud, pur avendolo a disposizione su di un piatto d’argento?!

Il secondo argomento incompatibile con la tesi del falso calunniatorio è l’identificazione della vittima. Premesso che i Protocolli rivendicano chiaramente la realizzazione dei loro piani delittuosi ad opera di una ristretta cerchia esoterica, dichiarazione di per sé poco adatta a vituperare il buon nome di un popolo, ma poi, è degli ebrei che si parla? Il «noi» narrante si identifica con il «sangue di Sion» e con i «figli di Israele», espressioni usate e abusate a proposito e sproposito in moltissimi contesti. Ad esempio Elisabetta I chiamava l’Inghilterra «il mio Israele», la Massoneria e molte altre confraternite adottano nomi e simbologie israelitiche. Mai si nomina il Messia. In una sola occasione si nomina Mosè: «Le nuove generazioni saranno istruite nella dottrina di Mosè, che ci impose di mettere tutte le nazioni sotto i nostri piedi», ma poche righe oltre, a proposito di tale dottrina viene detto: «… il suo vero significato sarà noto solo ai nostri, che non si arrischieranno a svelarne i misteri». La dottrina di Mosè, i dieci comandamenti, è esposta nei primi libri della Bibbia, accessibile a tutti e scritta a lettere talmente chiare che la leggono i ciechi e la ascoltano i sordi, di quali misteri si parla?

E poi: «I massoni gentili saranno esiliati fuori dall’Europa, perché qui avremo il centro del nostro governo»: ma come, gli ebrei ogni anno ripetono «L’anno prossimo a Gerusalemme» e invece questi Savi vogliono porre in Europa la loro capitale? Ancora: «L’antisemitismo è utile per mantenere l’ordine tra i nostri fratelli minori» e chi sarebbero i fratelli minori degli ebrei? Di certo i Protocolli non fanno riferimento alle teorie di Thomas Henry Huxley! E il testo è firmato dai «rappresentanti di Sion del 33° grado» (sic!).

Se i Protocolli avessero voluto diffamare qualcuno, avrebbero dovuto necessariamente avere l’accortezza di descriverlo meglio.

Prima sentenza

Se si considerano i Protocolli un falso, è un falso che dice delle scomode verità sul presente e che, progettando il futuro, riprende alcune teorie di un oscuro avvocato parigino, per poi contraddirlo su vari argomenti basilari e completare l’opera inserendo una serie di idee filosofiche originali. Tali idee non solo giustificano le applicazioni giuridiche dello Joly, ma ne generano altre che Joly non aveva contemplato. E il falsificatore avrebbe fatto questo per suscitare risentimento contro gli ebrei, che descrive oltretutto in modo labile e confuso, pur essendoci a disposizione un testo autentico che lo avrebbe fatto altrettanto bene?

Pertanto la tesi del falso antisemita è da escludersi completamente. Resta comunque assai difficile da sostenere la tesi del falso calunniatorio in toto, in quanto non si comprende neppure bene chi sia l’oggetto della calunnia. Tuttavia restano forti sospetti che si tratti di un «falso» a causa delle scopiazzature dai Dialoghi e a causa dell’indagine commissionata da Stolypin, uomo di acclarata onestà intellettuale.

Falso come, falso perché? Finora abbiamo visto che cosa i Protocolli non sono. Da qui in poi cercheremo di scoprire cosa possano essere.

Alternative al concetto di falsificazione

Il partito più esteso degli oppositori al falso, è quello che considera il testo veridico, seguendo la scuola di Julius Evola ed Henry Ford. Costoro hanno creduto all’esistenza di un complotto ebraico, svelato dai Protocolli, indipendentemente da come questo testo sia stato composto. Il guaio di questa ipotesi è che, tanto più si vedono realizzare i programmi del libro, tanto meno risulta accettabile la tesi di un testo artefatto che dica la verità. Come avrebbe potuto un analista del primo Novecento predire gli sviluppi futuri di un secolo di storia? Non sarebbe bastato un genio, ci sarebbe voluto un profeta! A questo punto è meglio considerare il testo autentico, come fanno ad esempio gli evangelici americani, che sostengono essere i Protocolli il programma degli Illuminati, prodotto per «scrittura automatica» (una forma di spiritismo ben conosciuta, praticata ad esempio dalla moglie del poeta Yeats). William Paine Carr, su questa stessa linea, si spinge a ipotizzare che i Protocolli fossero il programma di conquista del mondo, emerso dalla riunione del 1773 a casa Rothschild. Queste ipotesi hanno il pregio di attribuire la filosofia del libro al gruppo che effettivamente la professa (gli Illuminati), ma restano supposizioni non solo non suffragate da prove, ma nemmeno inquadrate in uno straccio di ricostruzione.

L’articolo di Mattogno

Un importante passo avanti nell’interpretazione dei Protocolli è stato compiuto da Carlo Mattogno con il suo articolo: «I falsi ‘falsi Protocolli’ scopo e significato de ‘I Protocolli dei Savi anziani di Sion’» (facilmente rintracciabile su internet), che ha l’indubbio merito di interpretare il testo non «indipendentemente dal suo contenuto», ma proprio a partire da esso. In estrema sintesi, lo storico sostiene che i Savi del testo indicherebbero i liberali e tutti i nemici della monarchia assoluta, mentre i gentili rappresenterebbero le monarchie di diritto divino. Quando i Savi dicono «abbiamo fatto» o «faremo», l’autore dei Protocolli critica le conseguenze presenti e future del liberalesimo. Tuttavia i ruoli si confondono quando il testo fa l’apologia dell’autocrazia, sia dei«gentili» che del «re di Israele», perché in quei frangenti esprime la risposta e l’auspicio dell’aristocrazia di fronte agli attacchi liberali.

In pratica l’autore dei Protocolli sarebbe un intellettuale aristocratico (quale ad esempio il Conte Malynski, nda) che compone un libello di filosofia politica, allo scopo di produrre un memoriale o lettera aperta con cui mettere in guardia lo Zar dai pericoli del liberalesimo e dalle derive sovversive repubblicane. Questa ipotesi è una delle più convincenti e ha l’indubbio merito di accordarsi sia con l’inchiesta di Stolypin, che aveva decretato la natura «falsa» del testo, sia con l’atteggiamento di Nicola II, che ordinò di ritirare il libro dal commercio perché, disse, «una buona causa non può essere difesa con mezzi sporchi». Ora questo Zar, persona mite e che fece ampie concessioni liberali al nuovo regime costituzionale, non avrebbe mai considerato l’antisemitismo «una buona causa», mentre tale avrebbe considerato l’espressione lealista di sostegno alla monarchia.

Tuttavia anche la tesi di Mattogno fatica a spiegare i Protocolli nella loro completezza. Riguardo alla figura imperiale, il fatto che lo Zar sia soggetto alla tutela e al giudizio dei Savi (in questo caso gli aristocratici) ne sminuirebbe il diritto divino. La figura dell’Imperatore dovrebbe essere adorata dal popolo con una fede patriarcale, ideale a cui però non crederebbe neanche l’autore dei Protocolli che esprime la necessità che «un terzo della popolazione controlli gli altri due terzi» (facendo la spia).

L’autocrazia russa sarebbe l’unico nemico pericoloso per il liberalismo, «oltre alla Santa Sede»: qui, come nei propositi di distruggere il Vaticano si nota un grande assente: la chiesa ortodossa, che non viene mai citata, mentre il Papato sarebbe fatto oggetto di un odio speciale da parte dei liberali. Inoltre nel capitolo XXII, laddove si sta già descrivendo il regno di Israele (cioè l’autocrazia restaurata) si afferma che il possesso della più grande potenza attuale, l’oro, dimostra che «il nostro regno è voluto da Dio». Già appare molto poco russo-imperiale questo fondamento del regno sulla ricchezza (al più calvinista), ma poche righe oltre, con coerenza tutta massonica, i Savi attestano: «Una potenza vera non si piega ad alcun diritto, neanche a quello di Dio» principio totalmente incompatibile con colui che era titolato «per Grazia di Dio, Imperatore e Autocrate di tutte le Russie».

Anche il proposito di abolire i classici e la storia antica, che sembra situarsi già nella fase di sforzo utopistico per il regno perfetto, è tipico di un potere «nuovo» e non tradizionale. Ma soprattutto è l’insistenza e l’accuratezza con cui viene ribadito il programma religioso che dà da pensare.

Nel capitolo XVII i Protocolli spiegano che «finché non avremo compiuto la rieducazione della gioventù per mezzo di nuove religioni temporanee, per condurla alla nostra, non attaccheremo apertamente le chiese esistenti, ma le combatteremo con la critica». Indicare il re di Israele come futuro «Patriarca della Chiesa Internazionale» suggerisce il tipo di queste religioni temporanee, colorate di sincretismo new age. Inoltre la necessità di passaggi intermedi mostra la lontananza abissale tra la religione tradizionale e quella sovversiva, che non è strumento, ma fine del governo universale: «Quando saremo signori della terra, non ammetteremo altra religione che la nostra» (capitolo XIV, vedere anche le espressioni millenariste del capitolo XXIII). E poi, sempre nel capitolo XIV, si parla dell’ateismo come una tappa intermedia tra la religione classica e quella ventura, il che significa che la nuova religione è più distante da quella tradizionale che non l’ateismo stesso.

No, i Protocolli non sono un trattato di filosofia politica, purtroppo, sono un manuale di guerra religiosa, di una religione infera.

Seconda ipotesi: i Protocolli sono veri

Proveremo dunque a ricostruire uno scenario coerente con l’autenticità dei Protocolli. Il cadavere consisterebbe nel fatto che è realmente un programma degli Illuminati. L’arma del delitto dovrebbe spiegare il metodo della sua redazione, tenendo conto delle coincidenze con i Dialoghi all’inferno tra Montesquieu e Machiavelli. Infine il movente, dovrebbe chiarire perché mai una setta segreta terrebbe appunti scritti di un suo programma segreto.

Il cadavere

Innanzitutto occorre chiarire che, quando parliamo degli Illuminati, non ci riferiamo semplicemente agli Illuminati di Baviera, che fu un’insorgenza storica degli Illuminati, ma non l’unica e soprattutto non l’ultima. Chiamiamo Illuminati coloro che (spesso nominandosi essi stessi Illuminati) costituiscono le sette segrete caratterizzate dai seguenti elementi.

Religione: Un sistema sincretico di riti delle religioni antiche, in cui sono presenti il culto di Mitra e i misteri iniziatici eleusini.

Teologia: Il nucleo centrale della teologia illuminatica è la gnosi spuria, che si spinge fino al manicheismo (Lucifero sarebbe il dio buono, Adonai, il Dio dei cristiani, quello cattivo).

Mistica: Nient’altro che l’evocazione, l’interrogazione e l’adorazione di satana.

La morale è un permissivismo totale utilitaristico, per cui l’unico vincolo consiste nel perseguire gli obiettivi della setta, anche se si scorge una predilezione per i metodi brutali, legati al concetto gnostico di «salvezza attraverso il peccato». Nel programma illuminatico, la realizzazione di un governo mondiale è considerata una tappa fondamentale per stabilire il «nuovo ordine», di vita, di pensiero, di culto. Seguendo i dettami del «Baphomet» (che reca scritte sulle braccia le due parole) la strategia di lungo periodo è quella del «solve et coagula», cioè frantumare e atomizzare l’ordine tradizionale (di religione, di idee, di culture e di imperi o Stati) per poi ricoagularli nell’ordine nuovo (di religione, idee, culture e super-Stati, fino all’impero mondiale conclusivo). La sintesi di questa strategia è espressa anche nel detto «ordine dal caos».

A livello tattico, quindi per l’operatività nel medio-breve periodo, gli Illuminati adottano il procedimento a piccoli passi (tanti piccoli cambiamenti apparentemente slegati, che in realtà convergono ad un unico obiettivo) e il metodo obiettivo-problema-soluzione (cioè di creare un problema, la cui soluzione possa consistere in un provvedimento, che coincide con l’obiettivo desiderato).

Ebbene, il primo capitolo dei Protocolli, nelle sue dichiarazioni di principio, ricalca esattamente l’identikit appena esposto. La natura umana viene descritta come intrinsecamente e irrediabilmente corrotta e il male è l’unico mezzo per raggiungere il bene: questi sono principii gnostici da manuale. Conseguentemente politica e morale non hanno nulla in comune e il diritto risiede nella forza (notiamo di sfuggita che Leo Strauss, il maestro dei neocon, è un filosofo protocolliano!).

La forza dell’oro, viene individuata come quella più adatta a sostituire lo Stato di diritto, per scalzare il quale si fomenterà la barbarie nella folla: i Savi inaugurano nel primo capitolo l’intento di giungere al proprio ordine attraverso il caos, e continueranno a ribadire questo concetto in tutto il libro, insieme a quelli analoghi del «solve et coagula» e del metodo problema-obiettivo-soluzione; quasi non c’è capitolo in cui questi concetti non vengano ricordati.

Un’applicazione particolarmente significativo del «solve et coagula» viene illustrata parlando dell’uso strumentale dei principii liberali «libertà, eguaglianza, fraternità», propugnati per sostituire l’aristocrazia cristiana (sorta su base morale, intellettuale e meritocratica) con un’aristocrazia plutocratica (che è quella che osserviamo oggi imporre i propri diktat alla politica).

Nel secondo capitolo, i Protocolli chiariscono bene che il possesso delle ricchezze non è fine a se stesso, ma è un mezzo per giungere al governo, che si vuole universale. Altro compito delle ricchezze è quello di finanziare e monopolizzare i mezzi di comunicazione, in modo da influenzare la cultura, la visione del mondo e gli stati d’animo.

Nel terzo capitolo, i Savi anziani rivendicano, come proprio successo, la Rivoluzione Francese. Inoltre preannunciano la grande crisi finale, che indurrà la plebe a invocare il loro governo mondiale.

L’identificazione dei Savi con gli Illuminati risulta già perfetta in questi primi tre capitoli, i programmi di Weisshaupt (compresa la preparazione della Rivoluzione Francese trattata al congresso di Wilhelmsbad) e quelli esposti nel carteggio Pike-Mazzini risuonano dettagliatamente specificati.

La strumentalità delle sette segrete per il controllo delle democrazie (che sarebbero solo una fase di transizione tra l’impero cristiano e quello degli Illuminati) è enunciata nel capitolo IV, la promozione della guerra mondiale nel capitolo VII.

L’antisemitismo per controllare i «fratelli minori» diventa chiaro leggendo il termine «fratelli» in chiave massonica. L’esoterismo dei Savi, dichiarato fino all’estremo nel capitolo XIII («il progresso, come qualunque altro falso concetto, serve a nascondere la verità, affinché non sia palese ad altri che a noi») spiega perfettamente i «misteri» della «dottrina di Mosè». Quando nel capitolo XV i Savi decretano che «all’avvento del nostro regno sarà stabilita la pena di morte per i rivoluzionari e per le società segrete» esprimono la dialettica rivoluzionaria sempre utilizzata dai «burattinai»: circondarsi di utili idioti fino alla presa del potere e, qui giunti, per prima cosa eliminarli, sopprimendo con essi l’ala moderata del cambiamento. Lo si vide nella Rivoluzione Francese, in cui i giacobini eliminarono i girondini, in quella russa in cui i bolscevichi eliminarono i menscevichi e in quella nazista, dove le SS eliminarono le SA.

Questo stile di condotta, utilizzato per selezionare l’elemento più radicale della sovversione, non si limiterà alla sfera politica, ma investirà il piano culturale e religioso: «Un’organizzazione come la nostra distruggerà tutte le idee con cui abbiamo contaminato la vita dei gentili» (capitoloXVII) proprio come prescriveva il Pike, che si proponeva di «schiacciare e conquistare al tempo stesso» sia i cristiani che gli atei, per assoggettarli alla «pura dottrina di Lucifero». E l’espressione del capitolo XXIII «Pregate Iddio e prosternatevi a colui che porta il segno della predestinazione del mondo», si può ben immaginare quale dio inviti a pregare, affinché regni il predestinato, che, non essendo il Cristo, (nei Protocolli né si nega il Cristo, né si attende altro Messia) è certamente una figura anticristica.

Infine l’imperscrutabilità degli obiettivi del futuro imperatore mondiale, che però deve realizzare i piani dei Savi, lascia intendere la sottomissione ai superiori incogniti, che, nella vera realizzazione del progetto, sono ultraumani, ovvero dei demoni (del resto programmi con una durata di parecchie vite umane, come appare dai Protocolli, non possono avere altro senso che quello religioso e il mandante ultimo deve avere a disposizione molto più tempo di quello di cui normalmente si usufruisce sulla terra).

A proposito della natura satanica di questi programmi, non può sfuggire una tipica nota stilistica: il tono pomposo, truce e superbo dell’esposizione e il contorto barocchismo dei progetti. La dottrina gnostica prevede una catena di dei in progressiva degenerazione, per spiegare come l’ultimo, il demiurgo, sia pervertito e per giustificare come tutto sia il contrario di quello che sembra (satana al posto di Dio, il male al posto del bene e il peccato al posto della virtù) ma il buon senso più elementare ci dice che le cose più semplici (che sono le più importanti) sono proprio quello che sembrano. Allo stesso modo l’idea che un popolo vessato, perseguitato e stremato, invochi di essere governato dai suoi aguzzini stride col buon senso: possibile che a nessuno sia venuto in mente che il popolo seviziato, alla prima occasione, si darebbe al linciaggio degli oppressori?

Ecco, c’è una continuità di tono e di contenuto in queste eresie e in questi programmi nefasti, che lasciano supporre un’unica origine. Proprio come, nel campo opposto, si può notare una perfetta continuità di stile e di parlata nelle rivelazioni attribuite alla Madonna, indipendentemente dalle epoche in cui sono state profferite e dalla lingua, età, o cultura dei veggenti.

Una discussione che si impone, nell’identificazione del cadavere, è se i Protocolli rappresentino o meno anche una cospirazione ebraica. Non solo perché si parla di Israele e sangue di Sion (con i grossi limiti esposti nella prima parte di questo articolo), ma, soprattutto, perché le idee dei Savi sembrano coerenti col Talmud.

In effetti certi principii sembrano convergere: nei Protocolli si accenna più di una volta ai rivali intelligenti e alle personalità autonome, spiegando come vadano isolati, emarginati e tolti di mezzo e il Talmud recita: «Il migliore dei cristiani, uccidilo». Oppure i Protocolli propugnano la distruzione delle altre religioni, anche al costo di creare atei e il Talmud replica: «Non è lecito inviare doni al cristiano nel giorno festivo se non sia ben noto che s’inviano ad uno di loro il quale non crede né serve gli idoli (cioè è ateo)» il che significa che l’ateo è tollerabile, il cristiano no.

I Savi si ripromettono di eliminare i monarchi gentili, loro concorrenti pericolosi e il Talmud: «Di certo la nostra prigionia durerà, fino a quando non siano distrutti sulla terra i capi dei popoli cristiani». E infine, quanto all’odio speciale che i Protocolli riservano alla Roma papale, il Talmud concorda: «Quando Roma sarà devastata, allora sarà la redenzione degli Israeliti». Infine, parecchi esponenti dell’alta finanza, chiaramente implicati nei circoli esoterici, vantano ascendenze ebraiche.

A questo punto sarebbe opportuno osservare la questione con il giusto distacco: se vi è una certa concordanza tra i Protocolli e il Talmud, perché concludere affrettatamente che i Protocolli sono ebraici? E perché non potrebbe essere invece il Talmud satanico? Riflessi condizionati, sopravvalutazione dell’ebraismo?

Una serie di ottimi articoli di Maurizio Blondet sono comparsi proprio in questo periodo, illustrando i contenuti più importanti della tradizione scritta del rabbinismo. A quelli si rimanda per le citazioni e di quelli utilizziamo semplicemente le conclusioni: il Talmud, in modo più o meno sfacciato, nega tutti e dieci i comandamenti. Si chiede, di grazia, cosa altro dovrebbe dire per meritarsi l’accusa di avere un’origine maligna?

È vero, molti famosi illuminati si dicono ebrei (in realtà di razza bianca caucasica), ma non vi è forse una spiegazione naturale? Le profezie dicevano che il Tempio non sarebbe caduto fino all’arrivo del Messia e, proprio per questo motivo, durante l’assedio di Gerusalemme da parte di Tito, si barricarono nel Tempio, tentando una resistenza che andava oltre ogni ogni logica umana. La presa e distruzione del Tempio (che Tito voleva conservare in quanto meraviglia architettonica e invece andò distrutto per una complessa rete di «casualità» provvidenti) provocò un terremoto spirituale nei giudei sopravvissuti: essi pensavano che il Messia dovesse ancora venire e quindi conclusero che le profezie erano false e il loro Dio cattivo e ingannatore. Ed ecco che le dottrine gnostiche, che già serpeggiavano tra i fermenti ereticali dell’ebraismo post babilonese, divennero improvvisamente attuali e convincenti.

Se, a questo punto, proviamo per un attimo a fare lo sforzo intellettuale di metterci nei panni del diavolo, non possiamo non vedere quale magnifica occasione fosse: il popolo, eletto da Dio per portare la salvezza, cadeva nelle sue reti! Come non favorirlo al massimo nella sua controchiesa, per farne il suo popolo eletto, come non gongolare per essersi appropriato di uno strumento di Dio! E quale soddisfazione nell’illudere gli ebrei che lui avrebbe realizzato i loro sogni (in realtà strumentalizzandoli per i propri progetti) facendo loro credere di disporre di una nuova incommensurabile Potenza, quando invece ne divenivano schiavi!

Il programma Pike-Mazzini prevede che il sionismo politico debba combattere l’Islam, affinché entrambi si distruggano a vicenda, quindi il privilegio ebraico sarebbe temporaneo, per poi essere sacrificato nel pentolone della rivoluzione satanica. Anche la Russia sovietica, che costituisce un bell’esempio di realizzazione parziale dei Protocolli, vide gli ebrei prendere il potere e porsi in cima a tutte le gerarchie, politiche, militari, culturali. Per vent’anni, dal 1917 al 1937, mentre i russi facevano la coda per il pane, gli ebrei venivano abbondantemente approvvigionati; mentre i preti ortodossi erano fucilati, le chiese abbattute o sconsacrate e a scuola si istituiva l’ora settimanale di ateismo, né un rabbino né una sinagoga venivano toccati e le più odiose istituzioni repressive, come la Ceka, venivano monopolizzate da ebrei gongolanti.

Ma dal 1937 avvenne l’inopinabile: una loro creatura, Stalin, mutò repentinamente politica e iniziò a epurare tutti quegli uffici amministrativi composti di soli ebrei, cominciò a sfavorirli e a perseguitarli silenziosamente, fino al punto di ucciderne gratuitamente 800.000 nei lager nazisti «liberati». Ecco la remunerazione di satana! Dice la scrittura: «Il salario del peccato è la morte», certamente quella spirituale, ma tante volte anche quella materiale.

Quindi la nostra risposta al quesito se i Protocolli ritraggano una cospirazione anche ebraica, è che la componente ebraica esiste, ma con caratteristiche accidentali e strumentali, a fronte di un satanismo efficiente e sostanziale.

Un’ultima nota sul linguaggio e i simboli ebraizzanti dei Protocolli. Gli ambienti esoterici utilizzano costantemente dei linguaggi velati, in cui le parole designano altro da ciò che significano. Ricordiamo l’esempio dell’abbé Roca, che usava i termini cristiani ma, ai suoi complici, dichiarava: «Il mio Cristo non è quello del Vaticano» e sosteneva che il cristianesimo puro è il socialismo, anzi che il socialismo delle sette segrete è il «cristianesimo esoterico» (genere di linguaggio di cui ai giorni nostri è maestro, ad esempio, un Cacciari). Allo stesso modo i Protocolli si comportano con i termini ebraici, senza neppure curarsi troppo di renderli verosimili, dato che si tratta di un testo destinato agli iniziati.

L’arma del delitto

Per spiegare la presenza nei Protocolli di tanti elementi comuni con il libello dello Joly, occorre che i Dialoghi siano serviti come materiale preparatorio per i Protocolli, oppure che i due testi abbiano attinto ad una fonte comune. Noi propendiamo per entrambe le soluzioni contemporaneamente.

Giovanni Preziosi allude al fatto che lo Joly fosse mezzo ebreo (cosa che non sembra affatto vera) e massone e con lui altri commentatori. Tuttavia nessuno ha mai specificato un possibile nesso tra la storia personale dell’avvocato parigino e il fatto che i Dialoghi attingessero a una fonte di conscenze occulte. È quanto invece cercheremo di fare adesso, basandoci sugli indizi disponibili.

Nato nel 1829, interruppe gli studi, lavorando per sette anni come addetto alla segreteria in un ministero della capitale. Ripresi gli studi si laureò nel 1860 e per quattro anni esercitò l’avvocatura, facendo la conoscenza, in tribunale, di importanti personalità, come Favre (con cui fece una certa amicizia) e Grevy. Nel 1864, proprio a causa della pubblicazione dei Dialoghi all’inferno tra Montesquieu e Machiavelli fu arrestato, condannato a un anno e mezzo di prigione e radiato dall’ordine degli avvocati. Continuò a interessarsi di politica, scrivendo sui giornali e, dopo la caduta di Napoleone III tentò di partecipare alla vita pubblica, senza però riuscire ad entrare negli organi istituzionali.

Arrestato nuovamente per il suo coinvolgimento nei moti insurrezionali del 31 ottobre 1870, fu spettatore critico della Comune, in quanto sostenitore della «repubblica conservatrice» da lui opposta alla «repubblica radicale». Continuò a lavorare come giornalista, polemista e autore, esprimendo una certa indipendenza di pensiero. In occasione delle elezioni del 1877 tappezzò Parigi di manifesti che elencavano le malefatte di Grevy, ma questi, rifiutando il collegio di Parigi andò a farsi eleggere nel Jura. L’anno seguente, il 17 luglio, il cadavere di Joly veniva ritrovato su una poltrona, con una pistola ai suoi piedi. Nonostante alcune perplessità, la polizia archiviò il caso come suicidio.

Gli elementi decisivi della vita di Joly sono dunque: il periodo forense in cui dimostrò talento e la capacità di intuire le conseguenze degli atti legislativi (capacità che esternò pubblicando due opuscoli di commento al decreto del 1860 con cui Napoleone III modificava la costituzione del 1852 introducendo degli elementi liberali).

Il secondo fatto caratteristico risiede nell’arresto e la condanna, piuttosto pesante se si considera che aveva già pubblicato un libello Cesar che aveva un aspetto ben più satirico dei Dialoghi. Questi ultimi, infatti, sono scritti in forma di discussione politica puramente teorica e, per quanto si possano cogliere dei riferimenti al secondo impero, non si nota in essi una virulenza polemica, quanto piuttosto la passione speculativa.

Il terzo elemento notevole è la polemica con Grevy e il quarto è il suicidio.

La possibile ricostruzione che spiegherebbe la parentela tra i Dialoghi e i Protocolli è la seguente. L’acume di Joly viene notato negli ambienti del tribunale da qualche dignitario massonico impegnato nello studio dei programmi di controllo del potere. L’avvocato dunque viene avvicinato (probabilmente dal massone Jules Favre) e invitato a una collaborazione sotto forma di studio legislativo riservato, con l’obbligo di discrezione. Le forme della cooptazione massonica prevedono uno svelamento parziale e progressivo delle attività e dei fini della setta (nonché dell’identità degli appartenenti) per cui si può immaginare che se Joly aderì, lo fece con l’affiliazione minima, sotto la specie più innocua di «aiuto reciproco per la carriera» e «preparazione giuridica per un futuro democratico».

Naturalmente i testi su cui lavora non sono quelli completi, che enunciano gli autentici principii e obiettivi degli Illuminati, ma sono un programma mitigato, «ad usum Delphini», che il direttivo di loggia utilizza per definire e analizzare i metodi applicativi del vero progetto. Un esempio recente di questo genere di «programmi esterni» lo si è conosciuto con il programma «rinascita democratica» della loggia P2, quasi innocuo secondo l’ottica rivoluzionaria, ma utile a radunarvi attorno un gran numero di personalità influenti, cominciando a indirizzarle nella direzione voluta.

A Joly il gioco piace e ci prende gusto: quando, nei Dialoghi, Machiavelli, propone il metodo del prepensionamento forzato e conseguente rotazione dei magistrati per minarne l’indipendenza, esordisce così: «Ma io credo di aver trovato un espediente alquanto ingegnoso, molto semplice, in apparenza meramente regolamentare… ». Con questa auto incensazione di Machiavelli, Joly rivela il compiacimento per una buona pensata, che rivendica con orgoglio. Forse avanza anche di qualche grado in quello che per lui può essere il divertente gioco massonico. Poi, nel 1864, l’alzata d’ingegno: pubblica i Dialoghi, magari per far sfoggio di bravurismo, magari per polemica col regime imperiale, forse per questi motivi e in più perché «A volte qualcuno ha voglia di raccontare semplicemente la verità. Accade, specie se si sa una verità orribile: viene una voglia pazza. Allora si scrive un romanzo» (Maurizio Blondet, Gli Adelphi della dissoluzione). Un romanzo, o un trattatello a sfondo satirico. Il carattere di Joly è indipendente e indisciplinato, a volte impetuoso, ricorda da vicino il Mozart che pubblica il Flauto magico (che al compositore salisburghese costò molto caro). Ed ecco che arriva la reprimenda: prigione e carriera stroncata.

I dubbi sulla sproporzione della pena sono legittimi: nel testo non si percepisce virulenza contro il regime imperiale, anzi, a ben considerarlo, si presta meglio a condannare le false democrazie, che, dichiarando di rappresentare il popolo, attuano un agenda totalitaria decisa in sede extraistituzionale. (Per certi versi i Dialoghi sono un buon ritratto dell’Unione Europea).

Non solo, ma Joly aveva già pubblicato Cesar in cui la finalità satirica antiimperiale era molto più scoperta. Il libro era stato ritirato dal commercio, ma l’autore non aveva avuto nessuna conseguenza. Anche sotto questo aspetto sorge spontaneo un parallelismo con l’attualità: Dominique Strauss-Kahn, vive una vita da libertino, talmente immerso nel vizio da dichiarare (dopo lo scandalo) di essere «malato di sesso». Quindi per cinquant’anni combina chissà quali porcate, ma solo ed esclusivamente dopo essersi lasciato sfuggire in una conferenza che il dollaro non è più adatto come moneta di riferimento per gli scambi internazionali, allora arrivano l’arresto e la fine della carriera al Fondo Monetario. Si può ben credere che tanto Strauss-Kahn quanto Joly abbiano subito una punizione massonica. Dato il carattere dell’avvocato, è facile dedurre che, lungi dal rientrare nei ranghi e sottomettersi, entrasse in polemica con la loggia, pensando ingenuamente di poter condurre una sua battaglia privata. Dopo la caduta di Napoleone III, tentò di ottenere un posto nel governo di «Difesa nazionale», ma ne fu rigorosamente estromesso. Durante i moti del 31 ottobre 1870 fu accusato di gravi ingiurie al suo ex amico Favre (ora ministro degli Esteri, che offrì la resa al «fratello» Bismark) e, addirittura, di aver sparato un colpo di pistola contro il generale Trochu (capo del governo). Nonostante le sue smentite venne nuovamente arrestato. Quando la Comune fu soffocata nel sangue, la polizia politica di Mac Mahon perquisì la sua abitazione, pur essendo lo Joly un oppositore dell’esperimento comunardo. Se non si può proprio parlare di persecuzione bipartisan, è comunque evidente che Joly fosse stato bollato nelle cerchie che contano del potere. Potè scrivere per sette anni su un giornale conservatore, conducendo la sua polemica contro la sinistra repubblicana, ma in concomitanza con la campagna elettorale del 1877 si mise in rotta di collisione frontale col Grevy (che due anni più tardi sarà presidente della repubblica). Clotilde Bersone (ancora lei!) ci informa che nel 1881 Grevy subentrò a Garfield come Gran Maestro della loggia parigina degli Illuminati e gli dedica un intero capitolo del suo libro. Joly certamente non sapeva contro chi si stesse mettendo, perché gli alti gradi iniziatici non si rivelano tali agli adepti inferiori. Tuttavia potrebbe aver appreso in loggia qualche segretuccio poco edificante del politico, che si prodigò a sbandierare mettendo in piazza i suoi panni sporchi (quelli che aveva trovato). Joly ci mise del suo in questa campagna, stampò i manifesti a sue spese e fece inserzioni sui giornali. Vinse persino due cause contro giornali che avevano rifiutato di pubblicare le sue inserzioni. È possibile immaginare che tanta acrimonia gli venisse dal fatto di aver capito (o forse glielo avevano fatto capire con ammonimenti e minacce) donde provenissero le sventure che aveva patito.

Ma l’anno seguente i conti erano regolati: Joly «veniva suicidato» con regolamentare esecuzione massonica. Questa ricostruzione, basata ovviamente su parecchie supposizioni, che però si armonizzano perfettamente con i fatti conosciuti, può spiegare le parti comuni tra i Dialoghi e i Protocolli. I primi ricalcano un programma di una cerchia esterna, i secondi sono quelli di un livello iniziatico più elevato. Joly, avrebbe contribuito, come esperto di diritto, alla stesura di qualche parte del programma «presentabile», apprendendo al tempo stesso qualche brandello delle intenzioni più autentiche, che aleggiava in loggia. Dopodiché, avrebbe pubblicato il tutto con una sua sintesi originale, in forma di dialogo. Resterebbe da spiegare l’esito dell’inchiesta di Stolypin. Ma se i Protocolli dicevano il vero, allora gran parte degli addetti ai servizi di intelligence erano affiliati alla setta. Idea tutt’altro che peregrina considerando il proliferare di esoteristi che assediavano la corte imperiale proprio in quegli anni (nel 1905 venne ospitato il ghota della magia nera dell’epoca: Papus e Maitre Philippe da Lione, che disputarono con l’ineffabile Rasputin) E bastava anche un solo massone al posto giusto per depistare completamente i risultati dell’indagine.

Il movente

La domanda del motivo per cui una setta segreta dovrebbe scrivere un suo programma segreto (esponendolo così al rischio dello svelamento) è perfettamente legittima. La prima risposta è che si tratta comunque di un fatto. In particolare nel 1786 la polizia bavarese scoprì numerose lettere e documenti degli Illuminati che furono pubblicati per ordine del Re. Ed è proprio da questi scritti che è stato possibile conoscere il programma di Weisshaupt.

Tuttavia esistono fondamentalmente due motivi. Il primo è quello della formazione degli adepti. Non bisogna dimenticare che i Protocolli sono stati presentati come appunti per conferenze (o tratti da conferenze – ndM) e, realmente, ne hanno l’aspetto. Lo si nota dalle numerose ripetizioni che ritornano nei vari capitoli e dall’ordine, a volte sparso, degli argomenti. Il fatto che l’istruzione dovesse procedere per gradi, senza svelare troppo agli adepti dei livelli inferiori, richiedeva diversi tipi di discorsi e, per evitare nocive confusioni, conveniva basarsi su documenti scritti.

È possibile che il solerte Joly avesse preso appunti nelle sessioni formative e che quindi una parte del suo libro attingesse a una fonte comune a quella dei Protocolli, mentre i Protocolli, a loro volta, possono aver usufruito del lavoro al dettaglio della sessione a cui collaborò Joly.

Ma esiste un secondo motivo. Un programma di alto livello, come necessariamente è un agenda mondialista, (quindi per tornare all’ipotesi del Carr il programma della prima riunione delle tredici famiglie a casa Rothschild) non può che essere espresso in termini molto generali.

Il corso dell’applicazione deve essere adattato ai tempi e ai luoghi, grazie all’apporto competente di esperti settoriali e locali. Non è strettamente necessario che questi esperti condividano e neppure conoscano tutto il programma globale, anche se va fornito loro qualche pretesto che spieghi lo studio richiesto. Quindi devono esistere non solo programmi a differenti livelli di riservatezza, ma anche programmi a diversi livelli applicativi, dal macro al micro. E tali programmi, dopo una fase di studio e proposta, attraverseranno anche il vaglio di opportuni think tank nelle sedi competenti (dotate dell’adeguato livello iniziatico). Un esempio può essere il club Bilderberg, che al suo interno può svolgere più di un ruolo: quello di convogliare gli «studi di settore» ricevendo anche contributi extra massonici, e quello di approvazione dei provvedimenti, decisi in riunioni più riservate da parte degli «alti gradi». Il programma illuminatico, dunque, si presenterà sempre un po’ come «work in progress» da perfezionare nel tempo.

Quello che può essere un esempio odierno, riguarda Zbigniew Brzezinski. Questo funzionario dell’Amministrazione statunitense, dotato di solido potere (è uno di quelli che restano mentre i presidenti cambiano) si è detto preoccupato per un possibile risveglio politico globale. Per ovviare a questa «disgrazia» (non sia mai, il popolo è bue e deve restarlo, anzi lo aiutiamo noi a conservare la sua bovinità!) ha proposto due tipi di rimedi. Il primo consiste nel ridurre la maggioranza della popolazione sulla soglia della povertà, in modo che, faticando ad arrivare alla fine del mese, la gente abbia altro a cui pensare.

Il secondo è di annegare nel divertimento le capacità critiche della massa. Come si vede Brzezinski non propugna il «panem et circenses» degli antichi, ma, secondo la più rigorosa ortodossia protocollare, predica la privazione del «panem» (perché la povertà tiene la gente sottomessa) e tanto «circenses» (che secondo i Savi comprendono anche le dipendenze, come l’alcool e il gioco), ricalcando alla lettera quanto affermato nel capitolo XIII dei Protocolli. Però non si limita a ripetere la lezione dogmatica, perché ha introdotto un perfezionamento: il tittytainment, «intrattenimento con le tette» cioè un metodo di distrazione prolungata, basato sul potere fascinatorio di quei passatempi che lusingano certi istinti primordiali, con ciò atti a creare una certa dipendenza. Questo concetto mefistofelico, al cui servizio sono stati impiegati studi psicologici e di neuropsichiatria (per il nuovo vastissimo campo dei videogiochi), dimostra che Brzezinski è un maestro di manipolazione delle masse ed esperto di architettura sociale e lo candida senz’altro a essere individuato come uno dei Savi anziani dei nostri giorni.

Sentenza d’Appello

Non è possibile dimostrare la genesi dei Protocolli, anche se lo spirito del testo coincide con quello degli altri documenti conosciuti della setta, eversiva, cospirativa e satanista. La ricostruzione proposta è coerente e plausibile e ha il merito di suggerire una prospettiva secondo cui i Protocolli sarebbero «autentici». Non è avallabile per insufficienza di prove, ma sarebbe meritevole di un supplemento di indagine, alla ricerca di elementi che la confermino o smentiscano.

Conclusione

Indipendentemente da quello che si può pensare dei commentatori e polemisti che ne hanno parlato, il testo dei Protocolli è meritevole di essere accostato.

Per la profondità dei concetti che riguardano l’indirizzamento dell’opinione pubblica e del consenso, per l’individuazione degli elementi atti a modificare il pensiero e le credenze (anche religiose), per l’illustrazione di progetti a lunga scadenza e per una teoria monetaria-finanziaria sorprendentemente corretta, i Protocolli risultano un testo interessante in sé e si rivelano essere una delle migliori chiavi di lettura per interpretare gli attuali avvenimenti mondiali.

Nicolas Burbaki – Aprile Maggio 2012

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