Archive for February, 2011

PLEASE ACT TO END THE COMEX CRIMES

February 28, 2011

Send your comments to CFTC, asking to set a position limit for silver contracts at no more than 1,500. No exceptions allowed, above all for the banksters!

Deadline is March 28, 2011.

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BIG PHARMA – YES, IT GETS WORSE…..

February 23, 2011

But we are not yet to the worst – stay tuned!   (link)

§ 1. Ma quale ricerca!

Le case farmaceutiche si sono trasformate in imperi commerciali capaci di vendere antidepressivi…, antidolorifici…e farmaci anticolesterolo …con gli stessi metodi utilizzati da Coca Cola o per vendere il DashVendere farmaci, anziché scoprirli, è diventata l’ossessione dell’industria farmaceutica“.
Questo uno dei passi più incisivi dell’introduzione del libro della Petersen (pag. 14). Emerge, clamorosa, un’anomalia: che senso ha indirizzare una pubblicità così intensiva verso il malato? Questi viene considerato persona da curare o cliente da allettare? Appare moralmente lecita una politica simile e la parallela indifferenza delle autorità? E poi: visto che incidono fortemente sul prezzo, quanto costano al cittadino le spese promozionali delle case farmaceutiche? Sono domande che tutti dobbiamo cominciare a porci, per sapere che fiducia possiamo dare a costoro, ai loro prodotti, a coloro che li prescrivono. Inoltre occorre riflettere su un’altra stranezza, e cioè la doppia pubblicità: quella rivolta ai medici e quella al cittadino. Un assedio opprimente che negli Usa ha raggiunto livelli inimmaginabili e da noi si sta preparando a diventarlo, come facilmente ravvisabile nel recente incremento della pubblicità farmaceutica sui nostri teleschermi.
Tra il 1995 ed il 2000 gli impiegati addetti all’attività di marketing nelle aziende farmaceutiche statunitensi erano cresciuti del 59%, mentre gli addetti alla ricerca ed allo sviluppo dei farmaci erano diminuiti del 2%: i promotori avevano così raggiunto le 87.210 unità contro le 48.527 dei tecnici. Nel 2004 il boom: sono stati assunti negli Stati Uniti 101.000 informatori farmaceutici che visitano il medico portando una “pioggia di omaggi e denaro contante” (op. cit., pag. 19).  E’ ovvio che dal medico ci si aspetta riconoscenza, sotto forma di prescrizione di farmaci. Questa tendenza si era fatta evidente già dal finire degli anni ’70, ma, come osservò il Dr. Steven N. Wiggins, docente di economia presso un rinomato ateneo americano, “i ricercatori avevano cominciato a perdere la loro influenza all’interno delle grandi società farmaceutiche già alla fine degli anni sessanta“.
Pierre Simon, ricercatore universitario prima, responsabile della ricerca presso la francese Sanofi poi, dichiarò allo storico della medicina David Healy: “All’inizio l’industria farmaceutica era in mano ai chimici. Ora appartiene a persone che hanno un Master in Business Administration o qualcosa del genere, gente che potrebbe dirigere allo stesso modo Renault, Volvo o qualsiasi altra società. Bisogna vedere la quantità di denaro che il settore farmaceutico spende per condurre ricerche su farmaci-fotocopia, la cui efficacia a volte è minore. Parliamo di utilizzare il 70-90% di tutto il denaro destinato alla ricerca per finalità che esulano dall’innovazione. E’ uno spreco di denaro terribile“.
Ma torniamo alla foglia di fico dei costi della ricerca. Questi sono assai contenuti – ammettendo per un istante che si intenda fare davvero ricerca scientifica – ed inferiori ai costi vivi che, comprensivi di oneri di acquisto delle materie prime, spese di produzione e confezionamento, raramente superano il 10% del totale. A questo punto è opportuno approfondire la natura del marketing e dell’attività promozionale. Cominciamo con le…quisquilie. Gli esponenti della Tap Pharmaceutical Products – si tratta solo di un esempio emblematico di costumi più sistematici che diffusi – facevano omaggio di televisori, videoregistratori e biglietti per spettacoli a Broadway ai medici che prescrivevano una loro specialità. Se un medico doveva trasferire il proprio studio, ecco arrivare con fulminea tempestività i rappresentanti della ditta con un assegno rotondo; se voleva incrementare le proprie entrate, non mancava l’affettuosa offerta di consulenza gratuita, fornita da esperti che ordinariamente chiedevano onorari anche di 25.000 dollari.

La tolleranza di pratiche di dubbia correttezza e legalità ha poi portato alla mancanza di quel minimo di ipocrita decenza che solitamente costituisce il belletto dei disonesti di marca. Ci riferiamo a molti congressi scientifici (sic), che assomigliano molto di più a fiere e saghe paesane che a convegni: poco ci manca che, aggirandosi per le sedi di questi coacervi di intellighenzia scientifica, non si venga avvolti dall’acre fumo di porchetta rosolata o dal dolciastro aroma dei fusi di zucchero filato, mentre concionatori dalla lingua sciolta magnificano le virtù dell’ultima padella antiaderente o di un avveniristico sbucciapatate. E non si tratta certo di cose nuove. Già all’inizio degli anni cinquanta un docente universitario, amico del Prof. Luigi Di Bella, riferendosi all’ambiente osservato in un congresso, gli scriveva sdegnato: “….Le case farmaceutiche premono per esporre le loro bancarelle“.
Ma, bancarelle a parte, migliaia di medici e papaveri accademici, un volta salvate le convenienze con fugaci apparizioni nelle sedi congressuali, di giorno si crogiolano al sole di scientificissime spiagge tropicali, dedicandosi col vespro all’estatica degustazione di ostriche fresche e rosee aragoste innaffiate da champagne francese d’annata; per ritemprare infine le esauste mandibole riposando, da soli o con accompagnatrici congressuali, in magnifiche suite di alberghi a cinque stelle, totalmente spesati dal grande cuore e dall’ancor più capace portafogli degli industriali farmaceutici. Questa è prassi corrente, non episodica forzosamente generalizzata. Avete qualche perplessità o dubbio? Dirimiamoli insieme affidandoci ad uno degli innumerevoli episodi a suffragio, preso a caso.
Miami Beach, 2004: si tiene un convegno formativo di dermatologia. I partecipanti possono godere il panorama marino dalle finestre di un lussuoso hotel che si affaccia sulla South Beach. Il depliant consegnato ai congressisti-bagnanti recita:

Per cominciare, avrete l’occasione di farvi fotografare insieme a numerosi pappagalli esotici. Nel corso del ricevimento, un illusionista girerà tra la folla, sorprendendo gli invitati con i suoi trucchi strabilianti, mentre un gruppo di acrobati vi lascerà senza fiato con uno spettacolo assolutamente incredibile! Potrete servirvi ad un ricco buffet con cibo e cocktail locali, da gustare sulle note di una tipica orchestra da spiaggia e delle sue canzoni. Naturalmente, la pista da ballo è a vostra disposizione“.
Si riempirebbero più libri che pagine di esempi sconfortanti e – si badi bene – non tratti da semplici indiscrezioni o testimonianze sporadiche, ma da documenti di rango assoluto. Nel corso di lavori di una apposita commissione al Senato americano furono verbalizzati episodi vergognosi e generalizzati. Basti quello costituito dall’operato della “American Home Products”, una grossa casa farmaceutica del New Jersey, che da poco aveva ottenuto l’approvazione di un suo prodotto, l’Inderal LA, versione fotocopiata di un farmaco ideato vent’anni prima. I medici che prescrivevano l’Inderal a cinquanta pazienti, compilavano un modulino fornito loro dalla American H.P. ed ottenevano subito un volo gratuito della American Airlines per qualsiasi città del paese. La Roche, per non esser da meno, offriva 1.200$ ai medici che prescrivevano il Rocephin ad almeno 20 pazienti, mentre la Sandoz spediva assegni da 100$ a qualunque medico accettasse semplicemente di leggere un articolo di un paio di pagine dove si magnificavano i risultati di un proprio farmaco per la cura della psoriasi (risultato poi inefficace ed estremamente tossico).

I rapporti con emittenti tv e la stampa risultano descritti nei verbali di un’apposita commissione, presieduta dal senatore Kennedy. Per dribblare i pur platonici controlli della FDA, le case farmaceutiche fornivano alle televisioni filmati per promuovere i loro prodotti, abilmente presentati come fossero stati realizzati dai giornalisti delle emittenti. Lasciamo la parola alla Petersen: “negli spezzoni dei filmati comparivano spesso medici dalla parlantina forbita, pazienti riconoscenti e grafici complessi elaborati a computer. I copioni distribuiti insieme ai filmati contenevano suggerimenti destinati ai giornalisti di studio su come presentare la notizia, quali domande porre e come concludere il servizio per farlo apparire come un fatto vero“.

Aggiungiamo che noi italiani – oggi ridotti a mimi/imitatori dei costumi stranieri – ci apprestiamo ad adottare questo “stile” pubblicitario, che sta infettando anche altre categorie di produttori. Cominciano quindi ad affacciarsi yoghurt che diminuiscono del 43% (non un 40 o 45%…) la stipsi, o colluttori che in un mese riducono del 31% (assai più incisivo di un prosaico 30%) la carie, e così via. Hanno imparato come far cantare la stonata sirena delle statistiche che, per cifre spezzate, appaiono molto più “scientifiche”, frutto di meticolosissime indagini: più o meno sulla falsariga di quelle delle virtuali guarigioni dal cancro.
Non siamo giunti comunque al vero cuore del problema. Fin qui abbiamo passato in rassegna esempi di malcostume, scorrettezza, assenza di etica professionale: che ci sono stati, ci sono e ci saranno sempre. La gravità inaudita, eversiva, riguarda questa “Grande Piovra” che allunga i suoi viscidi tentacoli dovunque, obnubila con la nuvola nera del suo secreto, avvelena, corrompe, dissolve ogni argine eretto a difesa della salute e della civiltà. Non esagerazione maniacale, ma palese e concreta evidenza originano queste righe.
Marcia Angell: “Un recente sondaggio ha rilevato che circa i due terzi dei centri medici accademici hanno rilevanti partecipazioni nelle aziende che sponsorizzano la ricerca all’interno della stessa istituzione. Una inchiesta sul settore universitario medico ha scoperto che i due terzi dei cattedratici dovevano il loro incarico alle aziende farmaceutiche e che i tre quinti avevano ricevuto da queste incarichi personali“.
M. Petersen: “”La tragedia non sta nei medicinali, ma nel marketing e nel potere senza precedenti che queste società attualmente detengono sulla pratica medica“.
R. Moynihan: “le case farmaceutiche hanno generosamente sovvenzionato..ospedali, università, scuole di medicina, associazioni mediche, agenzie governative e praticamente qualunque organizzazione desiderassero avere a fianco“.
E, come non bastasse: “Dato che le aziende farmaceutiche pretendono, come condizione per erogare un finanziamento, di essere capillarmente coinvolte in tutti gli aspetti della ricerca che sponsorizzano, è facile per loro introdurre falsificazioni dirette a far apparire i loro farmaci migliori e più sicuri di quel che sono. Prima del 1980 veniva data ai ricercatori universitari una totale autonomia nella conduzione dei lavori, ma ora le case farmaceutiche impiegano spesso i loro dipendenti ed i loro agenti nel progettare gli studi, eseguire i test, scrivere i lavori, e decidere se e in quale forma pubblicare i risultati. Talvolta le facoltà mediche procurano ricercatori che sono poco più che manovali, per cui l’arruolamento di pazienti e la raccolta dei dati seguono le direttive dell’azienda.  In considerazione di un controllo simile e dei conflitti di interesse che permeano la ricerca, non c’è da meravigliarsi che i risultati negativi degli studi sponsorizzati dalle case farmaceutiche (e pubblicati su riviste scientifiche a loro tornaconto), non vengano in gran parte resi noti, mentre la pubblicazione di quelli positivi venga riproposta in altri lavori appena variati nella forma; oppure che quelli negativi vengano presentati come positivi.
Per fare un esempio, un controllo su 74 studi clinici relativi ad antidepressivi, ha svelato che 37 su 38 risultati positivi siano stati pubblicati, ma 36 dei 37 negativi o sono stati occultati o pubblicati spacciandoli per positivi. Non è poi raro che un documento pubblicato focalizzi l’attenzione sull’effetto secondario che sembra più favorevole
“.
Il sunto drammatico della situazione  può rintracciarsi nel discorso di apertura tenuto dal Dr. Erling Refsum, esponente della Nomura International, nel corso del quale egli disse fra l’altro: “Le grandi case farmaceutiche si fondano ormai sulla finanza. Ciò che fanno non ha nulla a che spartire con la ricerca, ma ruota intorno al calcolo degli utili per azioni ed alla soddisfazione delle aspettative degli azionisti. Scoprire nuovi farmaci non interessa a queste società, perché per loro ciò che stanno realmente vendendo non ha la minima rilevanza. L’importante è guadagnare” (Life Sciences, Università del Michigan, 8 febbraio 2002.
Il video del discorso è disponibile su: http://www.zli.bus.umich.edu
/events_programs/featured_event.asp
).
Ancor più esplicito il lapidario responso rilasciato nel corso di un’intervista del 2003 da Alex Hittle, analista di A.G. Edwards: “Circola una battuta secondo cui si rischiano due possibili disastri, quando si fanno dei test clinici. Il primo è uccidere le persone, il secondo guarirle” (International Herald Tribune, 1 marzo 2003).
Eccovi presentata la tanto reclamizzata e dogmatizzata E.B.M. (Evidence-Based Medicine). Le ovvie, incontestabili conclusioni di questa esasperata ed esasperante colonizzazione le trarremo nella chiusura di questo scritto, avvilita ceralacca che suggella una disamina mai condotta dai mezzi di informazione, specie nostrani, senza giri di parole, distrazioni e lacune omertose.

Conclusione: poiché sul prezzo del farmaco incidono marginalmente i costi vivi, in misura prevalente quelli di marketing e penetrazione in ogni tessuto sociale ed istituzionale, noi contribuenti siamo forzatamente costretti a pagare il sovvenzionamento della corruzione!!! Come osserva la Petersen, “mentre i pazienti si ritrovano con le tasche vuote, i produttori di farmaci nuotano nell’oro”.

 
§ 2. Inventare malattie.

Persino ai cani viene somministrato il Prozac se abbaiano troppo alla luna“. Come prologo non ci sembra male. Ma, psicofarmaci a parte, potremo constatare come non vi sia funzione dell’organismo o parte del corpo sulle quali non si sia sbizzarrita la rapace fantasia dei mercanti di pillole. Fantasia, a dire il vero, bolsa e un po’ muffita, dato che noi italiani, meno ingenuotti e più smaliziati degli americani, tendiamo – se stiamo bene – a sorriderne, condendo l’ilarità con qualche salace battutaccia toscaneggiante. Il guaio è che quando si accusa qualche problema di salute, sopra- o sottovalutato che sia, il senso critico (e quello dell’umorismo) di qualsiasi persona si appanna e rende tutti potenziali prede di queste poiane che planano su di noi, lente e pazienti – sapete – pronte a focalizzare il primo segno di malessere, la prima smorfia che ci storce la bocca e scendere in picchiata sulla nostra salute ed il nostro portafogli.

Dato che l’assurdità (ed a volte la ridicolaggine) di certa neo-diagnostica è difficile da camuffare, si ricorre ad uno stratagemma di sicura presa, efficace quando certe magniloquenti nomenclature fanno cilecca: gli acronimi.
Papale papale, ecco l’opinione della Petersen: “Per inventare nuove malattie o ingigantire le preesistenti, le aziende affibbiano loro denominazioni altisonanti attraverso acronimi“.  Se poi questi sono desunti dall’ammericano…meglio ancora. Sa di arcano, sa di importante, sa di vero…. Se un sempliciotto ascolta un critico d’arte (altro velo pietoso) magnificare una crosta sfregiata da segni inconcludenti – una di quelle solenni porcherie a caro prezzo che deturpano pareti di case e di gallerie “d’arte contemporanea” (e che uno scimpanzè riuscirebbe a dipingere probabilmente meglio,…pardon..,meno peggio del “divino”) –  tra un parolone e l’altro si convincerà di chissà quali criptici valori celati nel brutalizzato rettangolo di tela. Ammetterete che analoghe sciocchezze recitate da qualche ieratico personaggio dal camice bianco immacolato ed appena stirato, bene impomatato e pettinato da abili truccatori, che spari disinvolto tutta una serie di neopatologie con impeccabile pronuncia, ha buone probabilità di far presa sul pubblico più ingenuo: quasi intimorito perfino all’impulso di chiedersi “ma che è ‘sta roba?”.
Cercate quindi di rimanere seri e iniziamo il carosello.

Nel 2003 Vince Parry, esperto di marchi farmaceutici, scrisse su una rivista scientifica che la capacità di creare nuove malattie aveva toccato “..livelli di sofisticazione mai raggiunti prima“. Non si tratta infatti di un disegno inedito, ma solo di un’esasperazione di tendenze manifestatesi agli albori dell’industrialismo farmaceutico.
 

= L’alitosi. Alias: alito cattivo eretto a condizione patologica. Siamo agli inizi degli anni venti, quando il colosso farmaceutico Warner-Lambert fa questa pensata per aumentare le vendite di un proprio farmaco, ovviamente inefficace a risolvere un problema che, una volta curata l’igiene dentale oppure rinunciando a strapazzare il proprio fegato, magari sparirebbe: il Listerine. Risultato: la Warner riesce a vendere un quantitativo di Listerine 40 volte superiore a quello ante alitosi! Fu creato anche uno slogan, emblematico del tempo, che evidentemente fece presa soprattutto sulle donne americane:”Messaggio per 5 milioni di donne in cerca di marito: com’è il vostro alito oggi?“. Un semplice esempio, ma valido per completare, anche storicamente, questa rassegna. Ma ora proseguiamo con l’attualità.
 

= GERD. Siete curiosi di sapere di che diavolo si tratti? E’ l’acronimo di “sindrome gastro-esofagea da reflusso”. Detta così, una cosa importante. Tolti gli orpelli si riduce al bruciore di stomaco. Ma dire “sono affetto da sindrome gastro-esofagea da reflusso” è tutt’altra cosa del plebeo “ho bruciore di stomaco”. E caspita, c’è di mezzo l’autorevolezza del malato! Ed il problema, che un coscienzioso medico di famiglia risolverebbe con un opportuno regime dietetico e un po’ di bicarbonato, si trasforma in un caso da indagare con carrettate di analisi, -scopìe varie, indagini di ogni genere. Inutili, quando non potenzialmente dannose, e costose: per le casse dello Stato, la collettività ed il paziente dal ruttino allo zolfo. Ma remunerative per altri.
Autori ben più autorevoli di noi la pensano alla stessa maniera: “…pillole, iniezioni o interventi chirurgici possono anche provocare più danni della malattia stessa. Persino gli esami..con aghi, endoscopie, TAC e radiazioni possono danneggiare la salute“.  E’ mai ammissibile la frequenza con la quale vengono effettuate, in particolare, colonscopie, rettoscopie, gastroscopie, per giunta con immotivate, frequenti (e pericolose) biopsie? Ma la semeiotica e l’esame obiettivo, dove sono finiti? Per decenza, evitiamo di rivelarlo.
Torniamo ora alla genesi dello “Gerd”. Sigla che si deve ad un ragioniere. Inutile strabuzzare gli occhi: è così. Paul Girolami era entrato in Glaxo come contabile ed aveva fatto carriera, divenendo direttore nel 1980. All’uscita dello “Zantac”, prodotto antiulcera assai noto e diffuso, Girolami considerò che gli americani sono appassionati consumatori di pizza (la loro pizza…s’intende), patatine fritte, hot dog, pollo fritto, porcherie assortite ed altri cibi spacca-stomaco: di conseguenza, trasformare i bruciori e l’acidità di stomaco in una malattia acuta e cronica e presentare un farmaco come specificamente studiato per curare il “Gastroesophageal Reflux Desease” poteva riempire d’oro la Glaxo. Una ricerca statistica, commissionata alla società Gallup, rivelò che il 44% della popolazione statunitense accusava ogni mese bruciori di stomaco: senza perdere tempo, balzellon-balzelloni, venne varata una campagna pubblicitaria titolata “Bruciori di stomaco in tutta l’America“!
Girolami non amava fare le cose a metà, per cui la Glaxo assoldò l’attrice Nancy Walker perché raccontasse che dopo inenarrabili peripezie causate dai suoi riflussi acidi aveva risolto il problema con lo Zantac. I dirigenti Glaxo fecero anche di più: crearono “L’Institute for Digestive Health”, allo scopo di incapsulare le fregole commerciali sotto il manto di un’istituzione presentata quale autorevole ed autonomo ente accademico-scientifico. Ai margini di questa offensiva, supportata da risorse evocanti la campagna di Guadalcanal, una talea del Gerd. Uno degli accademici pagati da Glaxo, Donald O. Castell, primario di gastroenterologia, raccontò nel 1989 al New York Times che la casa farmaceutica gli aveva dato 15.000 $ per condurre uno studio: val la pena approfondire. Lo “studio” consisteva nel reclutare una dozzina di podisti, far mangiare loro cornflakes, latte, una banana e succo d’arancia, seguìti da una compressa di Zantac, e mandarli a correre. Ebbene, il farmaco somministrato preventivamente scongiurava il…”riflusso del corridore”, neopatologia marcata anch’essa Glaxo. La sensazionale notizia venne diffusa in tutto il mondo grazie ad un’agenzia ingaggiata allo scopo, la Ketchum Communications.

Glaxo divenne la più grossa casa farmaceutica britannica, la regina Elisabetta nominò baronetto Girolami, e la stessa Glaxo, grata e commossa, commissionò una statua in bronzo (tutta in bronzo, non solo il viso) ad uno scultore di fama: l’effigie di “Sir Paul Girolami” troneggia oggi nel quartier generale della società. Sic transit gloria mundi.
= DE. Un acronimo di due lettere risulta particolarmente incisivo. Andiamo allo sviluppo: “Disfunzione Erettile!” Un problema fisiologico per uomini di una certa età, patologico se si manifesta precocemente. Le cause – si sa – possono essere tante e, come bisognerebbe fare sempre prima di azzardarsi a prescrivere qualsiasi farmaco, occorrerebbe decifrarle con precisione, senza limitarsi alla pur imbarazzante sintomatologia. Ma di solito ci si accontenta di qualche rapida descrizione, fatta ad occhi bassi, per diagnosticare una “DE” e, seguendo diligentemente le linee-guida, prescrivere il farmaco block-buster (campione d’incassi) a ciò deputato. Ci occuperemo più avanti di questa categoria di prodotti e del loro retroterra economico.
= PMMD. Qui voliamo verso l’empireo: siamo di fronte alla “sindrome premestruale”. Che è? Tutte le donne (ed i loro partners), sanno bene come i disturbi che precedono ed accompagnano il flusso mestruale, dal menarca alla menopausa, siano antipatici, alterino l’umore ed incrementino l’irritabilità. E’ un fenomeno fisiologico, prima ancora che psicologico, le cui cause sono state individuate da tempo e dovrebbero essere conosciute da qualsiasi studente di medicina. Ma la fisiologia è nemica del profitto delle vendite: tale considerazione ha portato (anche) a coniare il PMMD.

Già negli anni sessanta si era iniziato a parlare di SPM (Sindrome Premestruale), volendo riunire una serie di sintomatologie psicologiche e fisiche (tra le quali la ritenzione idrica) che accomunavano molte donne, senza volerne forzare l’accezione in una patologia per la quale sfornare appositi medicinali. Si era affacciata, a dire la verità, una siglatura di barocca insulsaggine (LLPDD: disturbo disforico della tarda fase luteinica), ma, al di là dell’offrire a medici di deprimente mediocrità un escamotage terminologico per apparire autorevoli e colti, non si era andati.

All’inizio del 2000, una campagna di quelle che vengono definite “informative” mise in allarme milioni di donne nei confronti del “disturbo disforico premestruale”. I media abboccarono o accettarono di abboccare alla immissione sul mercato del Prozac in confezione civettuola, frou-frou, con capsule rosa e lavanda ed il nome d’arte di Sarafem: specialità presentata quale cura per questa nuova malattia. Al solo scopo di favorire la divulgazione scientifica… la direzione marketing della Ely Lilly commissionò anche spot televisivi a società pubblicitarie esperte nel lancio di marche di caffè, elettrodomestici, autovetture, cellulari. Volete un saggio? Uno di questi spot riprende una donna, in evidente stato di nervosismo, che tenta di liberare il carrello della spesa dal groviglio degli altri. A questo punto interviene una voce fuori campo: “pensi che siano semplici sbalzi di umore dovuti al ciclo? Potrebbe trattarsi del disturbo disforico premestruale“.

R. Moynihan e A. Cassels scavano più a fondo sulle motivazioni che portarono alla PMMD. La verità è che a fine ’98 stava per scadere il brevetto della fluoxetina (principio attivo del Prozac), con la inevitabile comparsa di “generici” meno costosi. La Lilly organizzò quindi una “roundtable” a Washington, presenti anche esponenti della FDA, e partì l’offensiva sopra evocata.

Noi europei, forse perché nei secoli ne abbiamo viste di tutti i colori, siamo meno sensibili a queste cretinate, ed a volte le istituzioni sanitarie del vecchio continente ne tengono conto. Nel dicembre 2003 gli organi di vigilanza europei inibirono alla Lilly il prosieguo della commercializzazione del Prozac per i disturbi premestruali, dichiarando che si trattava di una “patologia non ben definita“. Semel in anno licet sanire.
= FSD. La disfunzione sessuale femminile (Female Sexual Disfunction). Non chiedeteci lumi sulla nozione di Fsd: mai precisamente definita. Quest’ennesima conquista scientifica non fu frutto di una singola casa farmaceutica. Forse la forzatura apparve tanto grossa da consigliare di adibire a levatrice della bufala un convegno internazionale. Come, d’altronde, si era fatto per il DE visto prima. Tecnica già collaudata: un sondaggio (?) stabilisce che il 46% delle donne ne soffre. Nella Blue Room del Palais des Congrès di Parigi, il 30 giugno 2003, nell’ambito di un sontuoso Congresso Internazionale sulle disfunzioni sessuali, si accese un dibattito sull’argomento, sponsorizzato dalla Pfitzer con “una borsa di studio senza limitazioni“. Siccome non tutti sono disposti a recitare la parte del giullare ed alcuni congressisti ritenevano che la misura fosse ormai colma, alcuni partecipanti respinsero la sola idea “….che esistesse una malattia con questo nome e stavano conducendo una campagna per smascherare il ruolo che secondo loro le case farmaceutiche avevano nella sua invenzione” (Moyhnian e Cassels, “Farmaci che ammalano”, pag. 227-228).
Singolarità: il moderatore del dibattito e due oratori schierati a difesa dell’esistenza e plausibilità della FSD avevano lavorato come consulenti esterni della Pfitzer. In un successivo congresso a Boston, la precisissima e puntigliosa percentuale del 46% si trasformò in una forbice possibilista “tra il 20 ed il 50%”, e fu sancito che la nuova definizione dovesse essere adottata negli ambienti medici e psichiatrici. Casuale…la sponsorizzazione del congresso da parte di 8 case farmaceutiche ed il fatto che 18 dei 19 sostenitori della FSD avessero “legami finanziari o di altro tipo con un totale di 22 società” (op. cit. pag. 235). L’anno dopo, altro congresso a Boston, sempre sullo stesso tema. Qui un controllo tanto al braccio (alzata di mano quale risposta alla precisa domanda) rivelò che la metà dei partecipanti era aggiogata all’industria farmaceutica.

Evitiamo di citare i numerosissimi congressi organizzati in ogni dove picchiando sempre sullo stesso tasto, alcuni dei quali – abbandonata la sagrestana prudenza – nella stessa sede della Fondazione Pfitzer, e l’arruolamento di ausiliarii di ogni genere: sociologi, opinionisti, luminari al neon, giornalisti ed associazioni di femministe furibonde nei confronti degli uomini e del mondo intero.
Il mercato sarebbe (ed in parte è) di enorme appetibilità: cerotti al testosterone, farmaci a base di estrogeni (efficacissimi fattori cancerofili: quindi fonti di potenziale, ulteriore, successivo business oncologico), psicofarmaci. Ed ovviamente non può mancare il micro business (micro rispetto alle vendite di farmaci) costituito dall’onorario di ginecologi, psicologi, psicanalisti e para-psico-parassiti vari. Lapidariamente qualcuno ha riassunto in poche righe il succo del discorso: “le società farmaceutiche stanno cercando nuove malattie, in base ad ampie analisi delle opportunità di mercato non sfruttate, già riconosciute oggi o promosse come tali domani. Gli anni venturi assisteranno in misura crescente alla creazione di malattie sponsorizzate dalle società farmaceutiche” (New England Journal of Medicine, vol. 346, pp. 524-6). L’invito più saggio ci sembra quello di Jean Endicott, intervistato da Ray Moynihan: “Non fatevi ingannare dal marketing sovvenzionato dalle case farmaceutiche camuffato da scienza o da informazione“. In conclusione: il business continua florido anzi che no, ma il concetto di FSD ha fatto flop.
 

= L’iperattività vescicale. Molti lettori non avranno mancato di osservare come la proliferazione di queste corbellerie è dovuta all’inescusabile complicità di parte della classe medica, a sua volta particolarmente favorita, oltre che dal sensuale fruscio delle banconote, da una rigogliosa ignoranza. La corbelleria di turno viene ideata dal colosso farmaceutico “Pharmacia” e sostenuta da una forsennata campagna promozionale senza scrupoli. Già nel 1998 i telegiornali avvisano che c’era una nuova epidemia che colpiva un americano su quattro: “misteriosamente, i servizi iniziarono a susseguirsi sui media poche settimane prima che nelle farmacie arrivasse un nuovo farmaco per questa malattia, una compressa bianca chiamata Detrol” (op. cit. pag. 27). Il bello è che cinque anni dopo il presidente di Pharmacia, Neil Wolf, intervenendo al Pharmaceutical Marketing Global Summit (titolo che è già un programma), si sarebbe vantato di questa truffa, gonfiandosi d’orgoglio come un tacchino. La prima slide proiettata recava il titolo dell’intervento: “Posizionare il Detrol – creare una malattia“. Affermò quindi: “volevamo che la gente leggesse qualcosa sul Reader’s Digest e andasse dal medico dicendo: ho questo problema“.

Da quale sfrido cerebrale nasce “l’iperattività vescicale”? La genesi è nella bava; bava monetaria che cola dalle fauci, visto che gli industriali farmaceutici sembrano tutti affetti da quel prognatismo che caratterizza bulldog e cani mastinoidi. Ricostruiamo il percorso logico-filosofico della pipì-syndrome. L’incontinenza è un problema numericamente limitato e prevalente in una fascia alta d’età. Il che significa minor numero di potenziali acquirenti; il che significa meno vendite e utili. Una rapida stima porta a considerare che l’incontinenza viene curata con farmaci di basso prezzo e frutta appena 40 milioni di dollari l’anno, cifra per morti di fame e squalificante per un’azienda farmaceutica di grosse dimensioni. Allora una lampadina si accende, abbagliante, sulla cervice di Wolf. Bisogna vendere il Detrol a venti milioni di americani, convincendoli che il bisogno naturale di fare pipì è fastidioso, sgradevole, innaturale. In una parola: è una malattia. Tutti coloro che sentono il bisogno di mingere 9-10 volte al giorno sono costretti – disse Wolf – ad adottare comportamenti definibili “mappatura della toilette”, “evacuazione preventiva”. Ecco, tenera, premurosa, materna, che Pharmacia arriva a liberare i neomalati dalla schiavitù della pipì.

Approfittiamo di questo episodio di “U.M.” (Uric-Marketing: ci si vuol negare il diritto di coniare anche noi acronimi?) per fare luce sulle strategie ormai consolidate nel breviario-manuale farmaceutico. Nel “Pharmaceutical Marketing Congress” del 2002, Eric Pauwels, dirigente della Bayer, moderò una discussione sulle “Strategie di marketing precedenti al lancio del prodotto”. I congressisti si trovarono d’accordo sul fatto che era indispensabile “…arruolare i dottori con ampio anticipo di mesi, se non anni prima della presunta data di approvazione del farmaco stesso“. Pauwels osservò: “quante volte, alla vigilia del lancio di un medicinale, abbiamo dovuto trovare qualcuno che ne parlasse?”. Si convenne da parte di tutti che non era necessario né conveniente ricorrere a grossi nomi, ma, anzi, risultava preferibile trovare una rosa di medici “…disponibili ad affermare che il prodotto X era migliore del prodotto Y“: si sarebbe pensato poi a “costruire la loro reputazione all’interno della comunità scientifica” e farne dei novelli luminari.

Insomma, trasfigurando questa realtà nella nota favola oraziana, si fanno diventare topi di città i topi di campagna. E si risparmia pure, perché i servitorelli di provincia costano molto meno dei grandi servi in livrea dei capoluoghi. Nessuna preoccupazione se, col tempo, i primi sprimacceranno i loro magnanimi lombi sugli scranni accademici: sono dei soli, ma soli compromessi, che possono quindi tramontare con la stessa velocità con la quale sono sorti. Per inciso, il lettore è così in grado di comprendere come personaggi  ossessivamente chiamati in ballo da testate giornalistiche o ripresi dalle telecamere lascino in struggente incertezza. Incertezza che deriva dal loro aspetto e che è tutta questione di numeri: sì, il numero degli anni di carcere ai quali vien spontaneo pensare siano stati condannati. Questi astri di etica e cultura medica vengono definiti (e ci scappa un altro acronimo) KOL: Key Opinion Leaders, leaders di pensiero scientifico. Tenetelo bene a mente: KOL! Ma tiremm innanz.

Pharmacia individua senza difficoltà un nutrito drappello di medici disponibili, li arruola e li fa partecipare a due simposi tenutisi a Londra nel 1997 e nel 1999, pagando anche per ottenere la pubblicazione sulla diffusa rivista “Urology” degli atti congressuali. La ditta “..copriva la maggior parte, se non la totalità, delle spese dei simposi londinesi e pagava anche i medici che vi si presenziavano…..altri vennero pagati per eseguire test clinici o scrivere articoli per le riviste mediche” (op. cit. pag. 43). Il primo supplemento di Urology del dicembre 1997 riportava 30 articoli, per la maggior parte scritti dagli arruolati della società. C’è da chiedersi come mai una rivista scientifica rinomata e diffusa si sia prestata a queste mistificazioni. La triste realtà è che sono poche quelle davvero autonome e indipendenti (in misura più o meno parziale), molte quelle partecipate da multinazionali del farmaco o da loro collegate. Gli esempi di British Medical Journal o del New England Journal of Medicine sono purtroppo assai circoscritti.

Parleremo prossimamente del prezzo che avrebbero pagato gli incauti consumatori di Detrol per (non) liberarsi da questo asservimento. Ricordando una celebre battuta fantozziana a proposito della “Corazzata Potëmkin”, verrebbe da definire tale operato una “pis…ta pazzesca“.
= IBS. Sindrome da intestino irritabile (Irritable Bowel Syndrome). Inutile dire che anche questa chicca, con la quale concludiamo la presente rassegna (non esaustiva, ma solo rappresentativa), nasce da una rozza prospettiva mercantile. E’ chiaro che si tratta di mistificazione. Che non sarebbe mai passata ai tempi della grande medicina: quella di Murri, Albertoni, Lussana, Moscati, Cardarelli, Frugoni, Campanacci. Quando l’ammalato si visitava non soltanto, ma prima di tutto, con dita, occhi, orecchi; i sintomi erano considerati segni di malattie, non malattie; la mente del medico elaborava, cucendo formule chimiche con nozioni di fisiologia, biologia, biofisica; e la prescrizione nasceva da un profondo processo di logica e cultura applicata, non dal seguito servile e rinunciatario di “linee guida”. Chi avesse parlato ad uno qualsiasi dei (veri) luminari citati di IBS, DE, FSD, sarebbe stato preso a calci nel sedere o afferrato per la collottola e trascinato all’uscita.
Anche qui il solito, stanco copione. Si considera che molte persone soffrono di dolori di stomaco, diarrea o problemi di stipsi, e si rilegano questi sintomi in una nuova patologia. Una specie di natura morta, avvolta da una nebbia simbolistica alla De Chirico, dove si mettono insieme oggetti d’uso domestico, frutti, verdure ed un manichino col capo reclinato. Basta trovare una bella cornice, mettere un paio di firme nell’angolo destro, ed ecco pronta una nuova patologia. Inquietante (non inedito) lo strumento di lancio dei farmaci già pronti: un articolo di Lancet, pubblicato a Londra alcuni mesi prima del varo della nuova Potëmkin. Inutile frugare sui legami dei redattori dell’articolo e la Glaxo: “in ambito medico un articolo positivo su The Lancet vale oro, e pertanto questa fu un’ottima notizia per GSK (GlaxoSmithKline), l’azienda produttrice del farmaco” (op. cit. pag. 206). La febbre dell’oro porta a considerare che il farmaco (Lotronex) può valere miliardi di dollari, e quindi occorre tirare fuori dal cilindro il solito peluche delle statistiche: la IBS colpisce nientemeno che una persona su cinque, che, in soldoni, significa 45 milioni di pazienti negli States.

La meraviglia – ci si perdoni l’intromissione – è che, considerando i milioni di americani che soffrono di acidità, problemi vescicali, sessuali, psicologici, digestivi, motori eccetera, si arriva alla considerazione che su 300 milioni di abitanti ci sono almeno un miliardo e mezzo di malati. E poi uno non deve credere nei miracoli della scienza!
L’unica quisquilia o pinzillacchera che dir si voglia è che il farmaco provoca, in non pochi casi, costipazione acuta e tenace, nonché la cosiddetta “colite ischemica”. Le feci si trasformano in sassi appuntiti che perforano le pareti dell’intestino, con conseguenti emorragie e setticemie non di rado letali. Gli incredibili tira-e-molla tra GSK ed alleati “cavalieri mascherati”, esponenti comprati della FDA, altri fuori mercato, il solito rompiscatole del BMJ (British Medical Journal), comitati di pazienti in realtà manichini Glaxo, li tratteremo più avanti, quando parleremo dell’opinabilissima autorevolezza e indipendenza dell’istituzione governativa americana. Il farmaco viene sospeso, poi riammesso, poi nuovamente criticato, riassolto….; una lunga saga, accompagnata da resipiscenze di Lancet, pur tardive, e dall’entrata in campo, in questa cagnara accompagnata da morsi e latrati, della Novartis col suo “Zelnorm”. A dimostrare come costipazioni iatrogene, perforazioni intestinali, emorragie e morti non siano considerate che bazzecole, la concorrente della GSK giura sull’esistenza innegabile della IBS, lanciando uno spot: “Fastidi o dolori addominali? Gonfiori? Stitichezza? E’ ora di parlare con il tuo medico dell’IBS” (pubblicità Novartis del 2002).
E’ appena il caso di notare come questo mazzo di sintomi possono dipendere (e dipendono) da cause estremamente varie e spesso assai lontane. E’ semplicemente inaudito ed oscurantista (qualche severo censore direbbe criminale) mettere insieme sintomi che discendono da patologie diverse o da temporanee disfunzioni e farne una malattia. Si può trattare di ingrossamento del fegato, colite, abuso di antibiotici, alterazioni della flora batterica intestinale, fermentazioni del periodo estivo, virosi intestinali, abitudini alimentari errate, stili di vita pregiudizievoli, e via dicendo. Il più delle volte basterebbe mettersi a dieta, assumere disinfettanti intestinali, fermenti lattici, farmaci per aiutare la decongestione epatica, vitamine. Come al solito, prevale la meccanica ed acefala connessione sintomo-diagnosi, pseudodiagnosi-linea guida, linea guida-farmaci, farmaci-soldi. E la qualità della vita del singolo, già compromessa da alimenti carenti di sali, vitamine o da ritmi di vita errati ed imposti, peggiora, invece di migliorare, con l’assunzione di farmaci impropri e magari dannosi, ma che producono utili diretti ed utili indiretti: questi ultimi quando il malcapitato – come prassi frequente – sarà costretto ad assumere altri farmaci per combattere le “malattie” provocate da quelli consigliatigli. In un’autogerminazione di irrazionalità e disonestà che a volte ha fine solo con la morte del sano diventato malato. E poi dicono che il moto perpetuo non esiste!  

***

Il lettore che ci ha fin qui seguiti pazientemente, potrebbe, pur continuando a leggere con interesse, bofonchiare all’indirizzo del redattore di queste righe: “e va bè, abbiamo capito che si inventano le malattie per farci soldi. Ma bastava qualche esempio. Cosa vuoi fare, un’antologia minuziosa delle malattie inventate?”. Caro lettore, ti preghiamo di continuare a seguirci con pazienza, perché il bello (cioè il brutto) deve ancora venire. Nel senso che non abbiamo affrontato questi argomenti con lo spirito di un giornalista superficiale, che si frega le mani al pensiero di sbalordire e meravigliare, magari caricando i termini e colorando la realtà.
Dietro quanto abbiamo esposto c’è – cosa più importante di ogni altra – la salute e la vita nostra e dei nostri cari, certo; ma c’è il punto chiave, anzi, la chiave stessa che apre un portone sigillato in ogni modo, spalancato il quale si presenta devastante, raccapricciante, evidente il DISASTRO multiforme della nostra epoca. C’è la dimostrazione indiscutibile dell’asservimento dell’uomo a clan spuntati rigogliosi, soprattutto negli ultimi decenni, veri “Fleurs du Mal” della nostra contemporaneità; c’è la osannata, propagandata e surrettiziamente imposta filosofia che ripete con cadenza ossessiva come slogan i pur sacri vocaboli “libertà e democrazia” per celare il lezzo di una decomposizione morale, ma anche intellettuale, MAI registratasi nella storia dell’umanità. Una decomposizione che ormai non ha confini, ti entra dalla porta di casa, ti porta via i figli, ti sottrae la possibilità di capire e giudicare, trasformandoti da uomo in ingranaggio, da individuo a numero di serie, da uomo in animale ad impulsi programmati.
Gli autori che abbiamo citato, ed altri ancora, pur meritevoli di gratitudine e stima, ci sembra non colgano l’aspetto di gran lunga più importante di questa disamina: la base di questo malcostume, la ragione, la vera causa; e quindi i possibili rimedi. Qui, in poche parole, non c’è di mezzo solo la truffa e la menzogna farmaceutica: paradossalmente, sarebbe il meno. Qui si arriva al ganglio vitale di tutta la società, specie occidentale o sotto influenza occidentale, degli ultimi sessant’anni.
L’umanità è realmente oppressa ed espropriata di ogni vera libertà, speriamo non in modo irreversibile, solo quando è convinta di vivere in un’epoca di civiltà e progresso. Il tiranno più oppressivo non è quello che viene identificato come tale, quello che ha una faccia ed un nome e può essere detronizzato: il vero despota non ha volto. Non è uno, né è un direttorio. L’oppressore del nostro tempo si serve di uomini, ma è una sigla. Un sorta di moloch costituito da una “ditta”, da un’entità organizzata e non obbligatoriamente individuabile, che da creatura dell’uomo si trasforma in entità autonoma, prende vita come statua che da immobile ed inanimata inizi a battere le ciglia, respirare, camminare, orrido automa in grado di schiacciare e divorare chi l’ha forgiata per il raggiungimento dei propri interessi. Se ci trovi oscuri o farneticanti, caro lettore, scusaci, ma ti preghiamo di seguirci ancora. Non è una tattica furbesca per catturare la tua attenzione, ma solo la volontà di condividere con i propri simili, fraternamente, quello che non meriti o doti personali particolari, ma i casi della vita ci hanno permesso di scorgere. E siamo convinti che questo, per quanto amaro e sconvolgente, sia stato un privilegio che la sorte ci ha concesso. L’importante, nella vita, non è tanto la serenità, ma capire, sapere, voler capire e sapere: in caso contrario si consumerebbero inutilmente i propri anni come comparse e capitoli d’anagrafe, non uomini.

A breve affronteremo temi ancor più sconvolgenti ed eloquenti: il mondo alienante degli psicofarmaci, i farmaci block-busters, lo sfruttamento dell’infanzia, i numeri del business, l’infiltrazione nelle istituzioni di ogni paese. Prima di suonare il campanello di casa del Grande Fratello orwelliano e dalle ragnatele giungere alla tana del ragno.

ADOLFO DI BELLA

MIDDLE FINGER UP AGAIN FROM ICELAND

February 21, 2011

The tiny island confirms to be the only place in the world where banksters (and their political puppets) get what they deserve.

Now, if they could just get rid of this overvalued singer and person, the place would be close to perfection.

I’M FINE!

February 19, 2011

An Irish farmer named Seamus had a car accident. In court, the lorry company’s hot-shot solicitor was questioning Seamus.

“Didn’t you say to the police at the scene of the accident, ‘I’m fine?’” asked the solicitor.

Seamus responded, “Well, I’ll tell you what happened. I had just loaded my favorite cow, Bessie, into the…” “I didn’t ask for any details,” the solicitor interrupted. “Just answer the question. Did you not say, at the scene of the accident, ‘I’m fine!’?”

Seamus said, “Well, I had just got Bessie into the trailer and I was driving down the road…”

The solicitor interrupted again and said, “Your Honor, I am trying to establish the fact that, at the scene of the accident, this man told the police on the scene that he was fine. Now several weeks after the accident, he is trying to sue my client. I believe he is a fraud. Please tell him to simply answer the question.”

By this time, the judge was fairly interested in Seamus’s answer and said to the solicitor, “I’d like to hear what he has to say about his favorite cow, Bessie.”

Seamus thanked the judge and proceeded. “Well as I was saying, I had just loaded Bessie, my favorite cow, into the trailer and was driving her down the road when this huge lorry and trailer came through a stop sign and hit my trailer right in the side. I was thrown into one ditch and Bessie was thrown into the other. I was hurt, very bad like, and didn’t want to move. However, I could hear old Bessie moaning and groaning. I knew she was in terrible pain just by her groans.

“Shortly after the accident, a policeman on a motorbike turned up. He could hear Bessie moaning and groaning so he went over to her. After he looked at her, and saw her condition, he took out his gun and shot her between the eyes.

“Then the policeman came across the road, gun still in hand, looked at me, and said, ‘How are you feeling?’

“Now what the hell would you have said?”

SILVER TICK TOCK, TICK, TOCK, TICK, TOCK…

February 19, 2011

There are some rules passed a few years ago, delivery limits sanctioned by the CFTC, that prevent a large entity from taking too much physical bullion in a single month, and enforcing a paper settlement. I think that is why the inventory is undergoing a slow but very steady drain.

In other words, THEY can SELL as much as they wish, but YOU can only TAKE as much as they allow you to take at the current prices. That might sound like a con by any other name, but it is certainly no definition of market pricing of a physical commodity when you can sell what you wish at whatever prices you set, but then refuse delivery at those prices.

And yet….. (link)

LEGIBUS SOLUTI

February 18, 2011

Over drinks at a bar on a dreary, snowy night in Washington this past month, a former Senate investigator laughed as he polished off his beer.

“Everything’s fucked up, and nobody goes to jail,” he said. “That’s your whole story right there. Hell, you don’t even have to write the rest of it. Just write that.”

I put down my notebook. “Just that?”

“That’s right,” he said, signaling to the waitress for the check. “Everything’s fucked up, and nobody goes to jail. You can end the piece right there.”

Nobody goes to jail. This is the mantra of the financial-crisis era, one that saw virtually every major bank and financial company on Wall Street embroiled in obscene criminal scandals that impoverished millions and collectively destroyed hundreds of billions, in fact, trillions of dollars of the world’s wealth — and nobody went to jail. Nobody, that is, except Bernie Madoff, a flamboyant and pathological celebrity con artist, whose victims happened to be other rich and famous people.

The rest of them, all of them, got off. Not a single executive who ran the companies that cooked up and cashed in on the phony financial boom — an industrywide scam that involved the mass sale of mismarked, fraudulent mortgage-backed securities — has ever been convicted. Their names by now are familiar to even the most casual Middle American news consumer: companies like AIG, Goldman Sachs, Lehman Brothers, JP Morgan Chase, Bank of America and Morgan Stanley. Most of these firms were directly involved in elaborate fraud and theft. Lehman Brothers hid billions in loans from its investors. Bank of America lied about billions in bonuses. Goldman Sachs failed to tell clients how it put together the born-to-lose toxic mortgage deals it was selling. What’s more, many of these companies had corporate chieftains whose actions cost investors billions — from AIG derivatives chief Joe Cassano, who assured investors they would not lose even “one dollar” just months before his unit imploded, to the $263 million in compensation that former Lehman chief Dick “The Gorilla” Fuld conveniently failed to disclose. Yet not one of them has faced time behind bars.

Invasion of the Home Snatchers

Instead, federal regulators and prosecutors have let the banks and finance companies that tried to burn the world economy to the ground get off with carefully orchestrated settlements — whitewash jobs that involve the firms paying pathetically small fines without even being required to admit wrongdoing. To add insult to injury, the people who actually committed the crimes almost never pay the fines themselves; banks caught defrauding their shareholders often use shareholder money to foot the tab of justice. “If the allegations in these settlements are true,” says Jed Rakoff, a federal judge in the Southern District of New York, “it’s management buying its way off cheap, from the pockets of their victims.”

continue…

Protected: ALERT – VARIOUS

February 15, 2011

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Protected: ALERT – GLOBAL ALLOCATION INDEX

February 8, 2011

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BIG PHARMA – IMAGINE YOUR WORST NIGHTMARE…

February 3, 2011

WELL, REALITY IS WORSE !!!   (link)

Premessa.

In precedenti discussioni, come sul Forum, avevamo trattato un tema che tocca tutti da vicino: quello del degrado della medicina provocato dal potere farmaceutico. Non stiamo parlando unicamente di malattie oncologiche od ematologiche, ma di ogni patologia, vera o presunta, che affligge l’umanità. Il business raggiunge l’acme in ambito oncologico, per il terrore che il cancro ispira a milioni di uomini, ma come edera malefica si abbarbica intorno a qualsiasi malattia. Oggi ci consola constatare come non siamo più soli a puntare il dito contro la degenerazione di un mondo, quello della sanità, che dovrebbe essere presidiato con particolare attenzione e severità da qualsiasi governo, perché si sono unite, a noi e ad altri, voci numerose ed autorevoli.
Oggi la società dei consumi e l’economia globalizzata (chiamatele come più vi aggrada) hanno soggiogato le collettività umane, distraendole ed ingannandole, con una pletora di falsità, slogan, luoghi comuni e messaggi più o meno subliminali. Di conseguenza, si è venuto a creare quasi un riflesso spontaneo, che porta a rifiutare gli allarmi lanciati da un sempre maggior numero di persone libere e che ragionano secondo logica, quasi fossero espressione di pretestuoso catastrofismo. Ed è triste pensare che i primi a pagare di persona saranno i soggiogati, se colpiti da malattie più o meno preoccupanti: tali non solo per l’obiettiva gravità, ma per il negativo plusvalore costituito dai farmaci proposti per combatterle, che possono rivelarsi più letali dei morbi. E’ bene, allora, rendersi conto che nessuno tutela davvero i nostri beni più preziosi – vita e salute – per il semplice fatto che essi sono, nel contempo, fattori di profitto economico e di potere. Convinti che viviamo in un’epoca civile e di condivisa solidarietà, alleggeriti da una politica suadente che incita a cancellare la parola “dovere” dal vivere quotidiano, siamo stati indotti a credere ad un’umanità liberata da ingiustizie e prepotenze e affratellata da uno zuccheroso girotondo mano nella mano. E’ vero il contrario, perché siamo stati ridotti ad una immensa spugna che assorbe acriticamente ogni scempiaggine, rassegnati a farci svuotare mente, cuore e anima ed espropriare della salute dalla mostruosa EssepiA che domina il mondo contemporaneo.
E’ triste e terribilmente difficile il compito delle Cassandre nel clima di sofisticata barbarie del ventunesimo secolo. Chi si allontana dalla musiva Linea Guida è sorvegliato a vista, e in ogni caso, una volta isolato (infame sovversivo!) non può nuocere. Ci sarebbero tanti compagni di cammino e di lotta, ma i più si smarriscono di fronte alla prepotenza della suasione occulta, legittimamente (ma immoralmente) sbottano in un: “ma cosa debbo fare io, l’eroe? A che servirebbe? Non spetta a me, ci pensi qualcun altro. Casomai, se si muovono gli altri, mi affiancherò”. L’umanità è sempre stata egemonizzata a causa di simili ragionamenti, salvandosi grazie a chi li ha rifiutati con sdegno. Ma non si può più affidare l’avvenire nostro e delle future generazioni al sacrificio ed alla croce di pochi. Occorre – tutti – svegliarsi e muoversi prima che sia troppo tardi.
Lo scopo di questa discussione è lasciare che altri descrivano questo mondo surreale – eppure reale – che più volte abbiamo esecrato nelle nostre pagine, e con una tale quantità di esempi documentati da togliere ogni supposta patina di esagerazione o vis polemica alle opinioni che condividiamo. Di più: intendiamo dimostrare che non tutti sono in stato letargico di fronte alla dilagante corruzione e contaminazione delle menti, ma che esiste un movimento di opinione ancora minoritario, ma continuamente ingrossato da nuovi adepti, che – finalmente – ci consente di sperare in un futuro migliore.

Sul DiBellaInsieme abbiamo avuto modo di riferire su studi, pubblicati da riviste collocabili nell’Olimpo dell’editoria scientifica, che hanno smascherato le truffe statistiche dell’oncologia più retriva (ci riferiamo al British Medical Journal ed al Clinical Oncology). Abbiamo anche pubblicato una discussione-recensione sul libro di una studiosa di assoluta autorevolezza, la Prof.ssa Marcia Angell, direttrice per oltre vent’anni del New England Journal: “The truth about Drug Companies” (La verità sulle case farmaceutiche) (vedi  http://www.dibellainsieme.org/discussione.do?idDiscussione=8407).

Contemporaneamente o successivamente al libro della Angell ne sono comparsi numerosi altri, che espandono, approfondiscono, dettagliano l’avvilente agire delle multinazionali del farmaco e l’incredibile sfruttamento dell’umanità sofferente. Ciò che conforta, in questo panorama sconfortante, è l’appoggio e la collaborazione che gli autori hanno ricevuto da parte di medici, studiosi, ricercatori, funzionari governativi, parlamentari statunitensi. Questo significa che non tutti sono disposti a vendere coscienza e dignità per una mazzetta di dollari o di euro e, soprattutto, che sono sempre di più coloro che comprendono come non si possa più andare avanti mentendo, truffando, provocando sofferenze e lutti per il budget aziendale o l’utile d’impresa.
Che si cerchi di vendere alla gente lavatrici o televisori, stipare le case di gingilli inutili, proporre investimenti disastrosi, scorticando la nostra pazienza con telefonate promozionali o quintali di pubblicità è già cosa deprecabile; ma che le stesse regole, gli stessi fini, gli stessi strumenti si applichino alla salute, non è più tollerabile. Quanti dei lettori debbono sopportare con obbligata pazienza i tentativi di drogarli intellettivamente ed ipnotizzarli da parte dei datori di lavoro? Quanti dipendenti di istituti di credito, assicurazioni, enti finanziari si sentono martellare insistentemente con frasi e parole-guida da proporre al pubblico? Il tutto con argomentazioni che, riferite da dirigenti e superiori, indurrebbero a dubitare della loro salute mentale, perché intonate ad un “patriottismo aziendale” che non si sa se definire ridicolo o paranoico. Le parole chiave, le…linee guida (appunto) sono: “produrre di più! Guadagnare di più! Budget collettivo! Budget individuale!”. In realtà non si tratta di paranoici, ma solo di ometti che vorrebbero rimbecillire i loro dipendenti perché rimbecilliscano il pubblico. Nelle aziende farmaceutiche la politica è identica, speculare, nei termini come nelle metodologie. Il malato: Carneade, chi era costui? Non esiste il malato, ma IL CLIENTE: o diretto (farmaci non esenti – sanità privata) o indiretto (sanità pubblica).

Ed ora che abbiamo presentato il tema di questa prima discussione e delle altre che seguiranno, citiamo un poco di bibliografia. Ovviamente il testo base è quello prima citato (Marcia Angell: “Farma &Co.- Editore “Il Saggiatore”, € 16,50), per l’autorevolezza dell’autrice. Ma la stessa, nel suo libro, fa riferimento ad altri autori (tra i quali Melody Petersen, sotto citata), lodandone l’impegno civile e la documentata indagine. Può confortare la notizia che la Angell ha fatto proseliti anche tra gli studenti universitari, come quelli della Harvard Medical School di Boston, che hanno inscenato proteste pubbliche “..per chiedere la fine dell’influenza esercitata nella scuola dalle potentissime aziende farmaceutiche”. Segnaliamo tre libri che ci sono sembrati particolarmente interessanti, i primi due dei quali insperatamente tradotti nella nostra lingua:

  • – Melody Petersen: “Dacci oggi le nostre medicine quotidiane: venditori senza scrupoli, medici corrotti e malati immaginari” – Modena, Nuovi Mondi, € 14,50.
  • – Ray Moynihan e Alan Cassels: “Farmaci che ammalano: …le case farmaceutiche che ci trasformano in pazienti” – Modena, Nuovi Mondi, € 14,00.
  • – Sauveur Boukris: “Quelle medicine che ci fanno ammalare” (uscito in Francia nella primavera 2009 e non ancora tradotto ed edito in Italia).

Curioso però che – a parte il libro della Angell – le due opere apparse nel nostro Paese, Best Sellers da record negli Usa, siano “sfuggite” ai più organizzati editori nazionali, quelli, per intenderci, che possono contare su una distribuzione e, quindi, su una diffusione capillare. La Nuovi Mondi è sicuramente una casa editrice dinamica e condotta con intelligenza, ma appare improbabile che riesca ad ottenere una diffusione quale meriterebbero i due libri. Mondadori, Rizzoli, Einaudi, Utet……che distrattoni! L’ombra di Don Abbondio è un’ombra lunga, che sembra proiettarsi permanentemente su ogni attività ed aspetto sociale.

Ma ora si alzi il sipario ed abbia inizio lo spettacolo!
Infanzia, adolescenza e gioventù delle Grandi Arpìe.


§ 1. Le uova del serpente.

All’inizio del secolo passato l’industria farmaceutica aveva un peso modesto nel panorama economico occidentale. I farmaci erano in prevalenza di fattura galenica e, alcuni, di efficacia modesta, ma quantomeno non accompagnati da effetti secondari seri, mentre altri, dotati di eclatante attività farmacologica, discendevano da rigorosi studi sperimentali e dell’esperienza clinica. D’altra parte il ricorso al medico avveniva nelle occasioni più serie e non al primo starnuto, come succede oggi. Occorre aggiungere che molte vitamine e sostanze utili giungevano integre sino alla tavola, a differenza di quanto accade nella nostra civilissima epoca, nella quale un’esigenza così fondamentale è stata sacrificata a logiche economiche ed alla programmata distruzione del mondo rurale. Non solo e non tanto alla tempra dei nostri avi, quanto a questo fattore è da attribuire il grande numero di persone che – espressione ricorrente nei racconti dei nonni – non avevano mai preso nemmeno un raffreddore.

La considerazione che i medici e gli scienziati più qualificati avevano dei farmaci industriali era scarsissima. Come riferisce la Petersen – con particolare riguardo alla realtà statunitense – “i professori delle facoltà di farmacia avevano una considerazione talmente bassa di questi spacciatori di pastiglie, da precludere sistematicamente l’accesso all’American Society for Pharmacology and Experimental Therapeutics, fondata dal Dr. John Jacob Abel, a qualunque scienziato collaborasse con tali società” (op. cit., pag. 150). Dal canto suo il Dr. Abel, nel 1915, così scriveva ai colleghi: “E’ cosa nota che chi pubblicizza farmaci e medicine spesso ha difficoltà a limitare le proprie dichiarazioni ai fatti e deve ancora guadagnarsi la nostra fiducia“. Un episodio, risalente al 1925, quando George Merck diventò presidente dell’omonima ditta farmaceutica: in quell’anno fece clamore il romanzo “Il dottor Arrowsmith”, di Sinclair Lewis. Il protagonista, l’immunologo prof. Max Gottlieb, da sempre fiero censore delle aziende farmaceutiche, viene costretto dal bisogno a lavorare per una di queste. Tanto per mettere il dito sulla piaga, un passo celebre del romanzo illustra come Gottlieb “…constatò che i suoi nuovi datori di lavoro erano proprio come se li era aspettati. Per esempio la società produceva una ‘nuova cura contro il cancro’ ricavata dalle orchidee, sbandierata a destra e a manca ed efficace quanto l’acqua fresca“. Alcuni scienziati, evidentemente presi dal romanzo e compenetrati nei suoi personaggi, reagirono con sdegno all’incoerente scelta del protagonista: “..come è possibile che il vecchio Max sia passato dalla parte di questi spacciatori di pastiglie?”. Oggi, inutile dirlo, nessuno di quanti vengono presentati quali numi della scienza si scandalizzerebbe della defezione, né oserebbe parlare di “spacciatori di pastiglie”, visto che da questi ricava gran parte del suo reddito, più o meno ufficiale, ed a questi deve cattedra, incarichi prestigiosi e, in qualche caso, addirittura un immeritato premio Nobel.

Non c’è quindi da meravigliarsi se la citata American Med. Ass. raccomandava di stare lontani dal settore farmaceutico, in quanto “solo da quei laboratori non compromessi con le società produttrici di medicinali è lecito attendersi veri passi avanti“. Il settore farmaceutico doveva quindi conquistarsi una credibilità e cessare di essere considerato un’accolita di Dulcamara. Uno dei più solerti protagonisti di questa “rimonta” fu George Merck, presto seguìto da altri. Venne promesso e garantito ai ricercatori accademici che sarebbero stati indipendenti dagli interessi economico-finanziari delle case farmaceutiche, ed alle promesse seguirono i fatti, sotto forma di ingenti investimenti per la realizzazione di efficienti e moderni laboratori di ricerca. In Europa, allora patria della scienza sperimentale e della medicina clinica, il rischio di contaminazioni economiche appariva meno concreto. Questo anche per l’elevato grado di consapevolezza scientifica dei più accreditati scienziati e medici, la cui formazione ed il cui orientamento poggiavano solidamente sia su una eccellente preparazione biologica e biochimica, che su una mentalità eminentemente fisiologica.


§ 2. Giù la maschera!

Ma una volta accantonati i (giustificati) preconcetti degli ambienti medici e conquistata una credibilità prima assente, le finalità economiche si palesarono con cinica evidenza. L’occasione fu quella del secondo conflitto mondiale e delle frequenti setticemie che si verificavano nei militari e nei civili feriti. I sulfamidici, scoperti dallo scienziato tedesco Gerhard Domagk, pur studiati da colleghi di altre nazioni, non erano ancora disponibili per gli alleati, ma alcuni scienziati informarono il governo americano della scoperta di Fleming, fino a quel momento sepolta sotto una coltre di indifferenza non disgiunta da commenti sarcastici (si parlava delle sue “inutili muffette”). Il problema era come riuscire a produrre gli antibiotici in quantità sufficienti a sopperire alle esigenze correnti. Fu una levata di scudi da parte delle case farmaceutiche di fronte alle richieste del governo statunitense e del Dr. Alfred Newton Richards, dell’Università della Pennsylvania. Sia per la convinzione che il progresso scientifico ed il bene comune dovessero prevalere sulle ragioni del profitto, sia in quanto aveva fiutato che fossero imminenti soluzioni d’autorità, il lungimirante G. Merck convinse altri tre produttori a realizzare il frutto di una delle più importanti scoperte di ogni epoca e, già nel giugno 1944, al momento dello sbarco in Normandia, c’erano dosi di penicillina sufficienti per tutti i soldati impegnati nell’operazione. A dire la verità, Merck, che aveva nel frattempo brevettato la streptomicina, realizzata dal ricercatore universitario A. Waksman (successivamente insignito del Nobel), decise nel 1946 di liberalizzare il brevetto. La flessione del prezzo, dovuta alla pluralità di produttori del farmaco, incontrò peraltro l’opposizione di altri giganti del settore, tra i quali Pfitzer, il quale nel 1950 disse senza peli sulla lingua che se i concorrenti volevano perdere anche la camicia producendo antibiotici, si accomodassero pure. Evidentemente a Pfitzer interessava poco dei milioni di uomini, donne, bambini che potevano essere salvati da fatti setticemici o da infezioni batteriche gravi, come polmoniti e broncopolmoniti, grazie ai nuovi farmaci. Un segno chiaro del fatto che, ben inseritisi nel tessuto socioeconomico delle nazioni più progredite e superata l’antica diffidenza dei camici bianchi, i produttori di farmaci non avevano più motivo di tenersi la maschera calata sulla faccia. Tuttavia era ancora agli albori il processo di colonizzazione di ogni struttura ed organizzazione sanitaria oggi consolidatosi, e l’indipendenza, in special modo di molti ambienti universitari, equilibrava gli appetiti economici aziendali. Oltre a questo – seguiamo la traccia della Petersen, concentrata sulla realtà americana – c’erano limiti imposti da una legge approvata nel 1938, sull’onda di una tragedia provocata da un farmaco, la sulfanilammide, che aveva ucciso il 30% di coloro che l’avevano assunta, spingendo al suicidio il responsabile chimico della ditta produttrice (altri tempi….). La legge obbligava il produttore a controlli sulla sicurezza del farmaco prima della sua immissione in commercio. Uno degli agenti federali incaricati delle indagini scrisse, a proposito degli industriali farmaceutici: “..apparentemente non fanno che assemblare il farmaco e, se non esplode, lo mettono in vendita….”.

L’obbligo introdotto costrinse le case farmaceutiche ad assumere scienziati, considerati un tempo nemici dell’attività, ora indispensabili per proseguirla. Al termine del conflitto, negli Usa si era passati dalle poche migliaia di ricercatori di vent’anni prima a 58.000 unità. Se ne avvantaggiò la farmacopea, che nel periodo fra il 1935 ed il 1955 poté disporre di più farmaci utili ed efficaci di quanti ne fossero stati realizzati nell’intera storia della medicina: vaccini, vitamine di sintesi, antistaminici, nuove generazioni di antibiotici, antivirali, tranquillanti e …..sua maestà il cortisone. Per un breve periodo gli interessi dei malati coincisero con quelli dei produttori, i quali, nei dodici anni intercorsi fra il 1945 ed il 1957, raddoppiarono le vendite.

A questo punto la collettività cadde in quello che potremmo definire il “grande equivoco“. Tante malattie mortali o potenzialmente mortali che avevano terrorizzato intere generazioni – polmonite, infezioni, poliomelite ecc. – venivano guarite o arginate, e la gente ritenne raggiunto o imminente il sogno di un mondo liberato da qualsiasi malattia. Peggio ancora: ci si convinse che la scienza aveva compiuto passi da gigante (rispetto al passato, questo era vero) ed avrebbe bruciato le tappe nel debellare le patologie rimaste coriacee. Nessuno, o pochi, pensò che si trattava di morbi causati da microrganismi, per cui, individuato l’agente esogeno, era facile eliminarlo e con questo eliminare la malattia. Ma nel frattempo era venuta a delinearsi un’autentica tragedia per la medicina e per i malati: il progressivo allontanamento dallo studio della fisiologia, la graduale decadenza della maestria semeiotica, l’abitudine a ragionare in termini di specialità anziché di princìpi attivi, lo scollamento sempre più marcato tra ricerca e clinica. Il mutare degli equilibri e delle influenze – forzatamente anche culturali – seguìto al secondo conflitto mondiale, causò la sostituzione della mentalità anglosassone, portata più alla praticità che all’approfondimento, alla grande scienza ed alla grande medicina dei fisiologi italiani, tedeschi, francesi. Il terreno era ora pronto per la grande abbuffata.


§ 3. Incidenti di percorso

Dopo “l’incidente” del sulfanilammide, i controlli prima dell’immissione sul mercato di un prodotto venivano fatti, ma superficialmente; anzi, sempre più superficialmente, grazie al calo di attenzione e di controlli degli enti governativi a ciò deputati ed alla penetrazione nel frattempo realizzata negli ambienti universitari e tra i ricercatori. In poche parole, i controllori erano controllati in percentuale importante! Ma un punto fondamentale riguarda il duplice aspetto della ricerca promossa dal settore farmaceutico: da una parte, gli effetti collaterali erano osservati (quando non disinvoltamente nascosti) a breve termine, in secondo luogo, i nuovi farmaci vennero ideati e prodotti alla cieca e senza un “razionale” teorico-sperimentale approfondito e preventivo. Basta/bastava farsi preparare quattro nozioni apparentemente colte da uno dei tanti scribacchini di laboratorio, ed il nuovo farmaco partiva a velocità vertiginosa come i quotidiani che escono dalle rotative. Finita l’epoca delle grandi malattie infettive e pressoché esaurite le patologie ad origine esogena, si apriva il mondo delle malattie derivanti da disfunzioni, anomalie, squilibri: la parte più vasta e difficile della morbilità umana, che solo una vasta, sconfinata cultura fisiologica, neurofisiologica, endocrinologica poteva decifrare e risolvere con studio attento ed affrancato dalle fregole budgettistiche dei giganti del farmaco. “Qui casca l’asino”, si potrebbe esclamare: sì, è cascato, ma schiacciando sotto il suo corpo rozzo e pesante milioni di sofferenti.

Lasciamo parlare gli esperti. “La gente iniziò ad immaginare un mondo senza malattie….giornali, riviste, radio e televisione salutavano trionfalmente ogni nuovo farmaco come ulteriore portento terapeutico, frutto della medicina moderna. Quasi sempre si trattava di notizie gonfiate ad arte, ma i mezzi di informazione sapevano bene ciò che il pubblico voleva sentire….” (M. Petersen, pag. 156 opera citata). Rivelatrice l’osservazione del dott. James Le Fanu: “Dato che le conoscenze scarseggiavano, l’industria optò per un metodo di ricerca decisamente più grossolano: i ricercatori assoldati dalle case farmaceutiche presero a sintetizzare milioni di composti chimici e li testarono, sperando in un colpo di fortuna che garantisse ai loro prodotti una qualche utilità terapeutica“.

Siamo quindi in pieno empirismo, a livello degli alchimisti che dissertavano sulla pietra filosofale. Un esempio della inaffidabilità dei controlli, dei quali abbiamo parlato sopra, si è rivelata ad esempio per il cortisone e la streptomicina. Riguardo al primo, “…i dottori stabilirono che il farmaco causava una grave forma di osteoporosi spinale e ulcere allo stomaco talvolta letali“. Quanto alla streptomicina, si moltiplicarono segnalazioni circa l’indotta sordità e fenomeni di acuta tossicità nei bambini. E si trattava solo di una parte – la meno pericolosa – di ciò che l’abuso di farmaci simili avrebbe provocato. In ogni caso, controlli o non controlli, la macchina era partita ed eventuali disavventure in un modo o in un altro si potevano accomodare. Un esempio è costituito dalla tragedia della Talidomide, prodotta dalla Merrell, società collegata al gruppo Vick, su concessione della Chemie Grünenthal tedesca. La talidomide venne venduta come forte sedativo, presentato come immune dagli effetti collaterali dei comuni barbiturici. La Merrel affermò solennemente che il farmaco era “del tutto sicuro“. Le vendite riguardarono milioni di persone in tutto il mondo e, siccome la fame vien mangiando, il medicinale venne proposto non solo per alleviare sintomi tipici delle donne in gravidanza, nausea e vomito, ma addirittura quale strumento ideale per “calmare i bambini ansiosi, nervosi e irrequieti….ottimo anche per i neonati” (dalla pubblicità della ditta produttrice: Time, 23/2/62). Prima di continuare l’argomento: il lettore memorizzi attentamente questo messaggio promozionale, perché si tratta del primo ripugnante esempio di sfruttamento dell’infanzia.

La Merrill, ottenuta la licenza, promosse la sostanza chiamando la specialità “Kevadon”, proponendola a ginecologi e pediatri e sollecitando alcuni medici a scrivere relazioni: queste sarebbero servite quali “prove” di attività e sicurezza da presentare alla FDA. Presto apparvero i segni sconvolgenti del danno provocato dalla Talidomide: migliaia di feti morti, migliaia di bambini focomelici, con mani e piedi appena abbozzati. Il British Medical Journal pubblicò nel 1960 una relazione dalla quale emergevano danni al sistema nervoso di alcuni pazienti. Il farmaco, incredibilmente, riapparirà trent’anni dopo quale inibitore dell’angiogenesi nei pazienti oncologici! Indipendentemente dall’opinabilissima azione in tal senso (svolta in misura di gran lunga più efficace e atossica dalla somatostatina…..), la sostanza maledetta si sarebbe rivelata un autentico vaso di pandora di ulteriori gravi effetti collaterali, pregiudicando, anche irreversibilmente, la trasmissione neuromotoria relativa all’intestino. La cosa più grave è che, come si scoprì successivamente, i primi casi di bambini deformi erano stati registrati in Germania nel 1957, ma la notizia venne censurata e si dovette attendere il 1960 perché un medico di Amburgo, il Dr. Lenz, riuscisse a far giungere ai mass media la notizia che una quarantina di bambini della sua città, le cui madri erano state indotte ad assumere il farmaco, erano nati deformi. Come reagì la Merrell quando apprese dei primi tragici effetti del farmaco? Tacendo, cercando di silenziare e, cosa di gravità inaudita, di accelerare l’immissione (regolare) in commercio. Un’esponente del FDA, la D.ssa Kelsey, fin dall’inizio contrariata dalla scarsità di prove scientifiche nella documentazione presentata dalla Merrell, lesse il B.M.J., e decise di riesaminare più attentamente la richiesta di autorizzazione alla vendita. Ebbene: i dirigenti della casa farmaceutica, già al corrente delle tragedie in atto, la attaccarono “furiosamente“.
§ 4. Qualcuno inizia a capire

I lutti provocati dalla talidomide non potevano non provocare reazioni ufficiali, che si manifestarono con un’indagine da parte del Congresso. Il senatore Kefauver-Harris propose un rafforzamento dei controlli da parte della FDA, ottenendo l’approvazione unanime del suo disegno di legge: quantomeno per la parte che riguardava specificamente l’argomento. Rimase invece senza seguito la serie di proposte che il parlamentare aveva presentato per ridurre il prezzo dei farmaci: il primo vero e proprio braccio di ferro tra autorità governativa e Big Pharma aveva visto così prevalere l’influenza della seconda. E dire che la logica delle osservazioni era stringente: come mai, con l’intensificarsi della concorrenza, l’aumento di vendite e profitti, gli immensi risparmi ottenuti grazie al perfezionamento dei procedimenti di sintesi, i prezzi salivano anziché scendere? La cosa costituiva un’anomalia unica nella storia dell’economia…. “Molti dirigenti farmaceutici mossero aspre critiche alla legge“, scrive la Petersen, aggiungendo che alcune aziende farmaceutiche minacciarono di chiudere e di trasferirsi all’estero, con conseguenze devastanti sull’occupazione. Evidentemente il mondo politico americano ritenne indispensabile (o conveniente?) moderare toni e controlli, dato che negli anni successivi non si sarebbero contate le medicine autorizzate dopo controlli sommari e documentazioni lacunose o sommarie.

Il settore farmaceutico, da parte sua, rivendicò le benemerenze del passato (glissando su infamie di ogni genere e sul fatto che il merito spettava quasi esclusivamente a singoli ricercatori indipendenti) ed oppose il costo esorbitante della ricerca. Se nel 1979 si stimava che un nuovo farmaco comportasse investimenti per 54 milioni di dollari, la cifra salì a 231 nel 1991 e 802 nel 2001!!! Peccato che buona parte del costo attribuito alla ricerca o fosse gonfiato o si riferisse, in realtà, a spese promozionali (comprese anche quelle inconfessabili….), pubblicitarie e di marketing! Difficile non collegare le fiere proteste con quelle dei commercianti più sfacciati: quelli che giurano e spergiurano “..non ci guadagno quasi niente”, “non copro neanche le spese”, “guadagno meno dei miei dipendenti”! Fra l’altro, nei lai degli “spacciatori di pillole” c’erano alcune piccole dimenticanze: “…la maggioranza dei farmaci salvavita fondamentali…oggi non sarebbe disponibile se i contribuenti non avessero preso in carico i costi della loro scoperta….La rilevanza del denaro pubblico per il settore, in realtà si estende ben oltre ciò che le case farmaceutiche vorrebbero far credere e riguarda la maggior parte delle medicine più importanti…”.
In conclusione: il cittadino paga tasse per consentire a gruppi senza meriti e senza scrupoli di accumulare utili immensi rivendendogli a prezzi esageratamente gonfiati quello che lui ha già pagato sotto forma di imposte, e che spesso o non funziona o gli fa del male anziché del bene! E’ un paese libero quello nel quale avviene questo? Le istituzioni governative sono fantocci di cartapesta pilotati o entità autonome?

Verifichiamo allora se queste considerazioni siano unilaterali e forzate. Leggiamo qualche altro passo illuminante: “Per creare un simile sistema, le case farmaceutiche costituirono e finanziarono delle lobby capaci di esercitare pressioni politiche su Washington per modificare le leggi a loro favore, rendendo più semplice brevettare un medicinale e assicurarsene il controllo per anni ed anni. Inoltre, riuscirono a rendere illegale la pubblica diffusione del prezzo dei farmaci, con il risultato che, ben presto, nessuno fu più in grado di dire quanto costassero in realtà le medicine” (op. cit. pag. 158).
Tornando al senatore Kefauver, emergono verità ancora più sconvolgenti. Il parlamentare, durante una delle udienze al Congresso, chiese al Dr. A. Dale Console, ex dirigente della Squibb & Sons, la percentuale di farmaci inutili o dannosi oggetto delle “ricerche” delle industrie farmaceutiche. Ecco la risposta: “Direi più della metà. E sottolinerei che la totale inutilità di molti di questi prodotti è cosa nota già al momento della loro ideazione. Prodotti inutili, ma che venderanno“. Aggiunse quindi che le case farmaceutiche avevano un raro talento nel creare “falsi miti“, come quello costituito dal materiale informativo recapitato ai medici, ed una “..capacità unica di far passare lo sfruttamento economico per una nobile causa“.

L’insolenza ed arroganza degli alti dirigenti in servizio può essere esemplificata invece dalle dichiarazioni di Francis C. Brown, presidente di Schering Corporation, il quale, incalzato da Kefauver sui prezzi troppo alti dei farmaci, rispose che non erano i farmaci ad essere troppo cari, ma “..gli americani a non guadagnare abbastanza“, ed all’osservazione che abbassando i prezzi si sarebbero attirati più clienti “..senatore, non possiamo moltiplicare i malati” (Atti del Congresso, 7-12 dicembre 1959). Ma vedremo che anche questo prodigio porterà ad una riedizione – anche se truffaldina – della moltiplicazione dei pani: i malati sono stati aumentati sia togliendo dalla circolazione sostanze utili, che perpetuando con farmaci inefficaci patologie altrimenti temporanee, che facendo diventare malati i sani, che inventando nuove (ed inesistenti) patologie. Sarà questo il tema di paragrafi che si succederanno.

Ma continuiamo a spulciare tra i verbali di questa inchiesta governativa, e troveremo una delle prove di un falso rato e consumato: quello dei costi della ricerca quale fattore dei prezzi elevati. Il dott. E. Giffors Upjohn, presidente dell’omonimo colosso farmaceutico, dovette ammettere che il 28,6% dei costi elencati nel conto economico era comportato da spese di promozione, sotto forma di retribuzione di un migliaio di rappresentanti!!! Quando i funzionari governativi che collaboravano con il senatore indagarono sul bilancio, scoprirono che il profitto medio netto dell’azienda (al netto, quindi, di ogni costo, degli oneri finanziari, dell’imposta sugli utili, di ammortamenti ed accantonamenti) raggiungeva il 21,4% del fatturato, circa il doppio dell’11% di aziende di altri settori. Ma perché spendere tanto in marketing? Lo chiarì il dott. Louis Lasagna, direttore dell’istituto di farmacologia clinica della Johns Hopkins: troppi farmaci “..non funzionavano altrettanto bene dei farmaci più vecchi che avevano sostituito“. Assai eloquente anche un articolo del farmacologo Walter Modell, il quale rivelò che le aziende si dedicavano ad una “roulette permanente“, incaricando i propri chimici di apportare quelle minime alterazioni alla composizione molecolare dei farmaci dei concorrenti per aggirare i limiti dei brevetti. Concluse che questa “manipolazione molecolare” mirava ad “infilarsi in un mercato realizzato sulle scoperte realizzate da qualcun altro“.
Prossimamente tratteremo in modo più specifico – e, in un certo senso, più coinvolgente – argomenti relativi a farmaci rivelatisi dannosi o inefficaci, a malattie inventate, alla corruzione ed alla campagna acquisti delle case farmaceutiche, con riferimenti anche a medicinali ampiamente diffusi, magnificati e prescritti nel nostro paese.

ADOLFO DI BELLA